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PROVINCE INUTILI
PERCHE' NON SCIOGLIERLE?
di Agostino Spataro
Guardando la Sicilia attraverso il prisma opaco della finanziaria
regionale se ne trae la sgradevole sensazione che se qualcosa cambia
è sempre nella direzione della deriva affaristica e clientelare
in cui da tempo si dibatte la Regione.
Nonostante le prese di posizioni minacciose, i fuochi di paglia
e le polemiche che si accendono intorno a pretese che dovrebbero
fare arrossire chi le avanza, alla fine il centro destra trova sempre
un accomodamento sulla base di una ferrea logica spartitoria fra
partiti, correnti e singoli deputati.
La questione che si pone non è solo di metodo, ma di sostanza
politica e di pratica governativa.
Nel senso che osservando ciò che spartiscono questi signori,
si scopre che, anno dopo anno, stanno letteralmente divorando la
regione.
Oramai siamo alla svendita dell'argenteria, della roba di famiglia.
E' stato messo all'asta perfino il patrimonio immobiliare ereditato,
compresi i palazzi che ospitano gli assessorati, che secondo un
originale marchingegno verrebbe richiesto in affitto dal compratore.
Tutto ciò sta avvenendo nel silenzio pressoché generale.
Insomma, come se un capo famiglia vendesse la casa lasciategli dal
padre e poi la prenderebbe in affitto dall'acquirente. Una fattispecie
del genere può verificarsi in casi disperati, ma sicuramente
quel padre prima di vendere la casa taglierebbe le spese superflue
o addirittura scandalose.
Non dovrebbe, invece, accadere in un'amministrazione pubblica che
ostenta una ricchezza inusitata fino al punto di volere realizzare
il ponte sullo Stretto con fondi propri, mentre continua a spendere
e spandere a piene mani in agenzie e centri studi inutili, in costose
rappresentanze in Italia e all'estero, in consulenze ed ingaggi
d'oro.
L'altro aspetto di questa politica è rappresentato dalla
moltiplicazione di enti ed organismi a livello centrale e periferico.
Un solo esempio. In Italia vi è un Ato-rifiuti per provincia,
taluno anche a dimensione interprovinciale, in Sicilia, chissà
perché, sono stati moltiplicati per tre: invece di nove ventisette,
con un pesante aggravio delle spese di gestione, naturalmente a
carico della regione e degli utenti.
S'era affacciata l'ipotesi di un qualche scioglimento (Esa) presto
ritirata per timore di chissà quale ritorsione minacciata
dalla parte lesa. La verità che non si taglierà nulla,
anzi c'è il rischio che al carniere si aggiunga l'istituzione
di una nuova provincia, quella di Caltagirone che il Mpa dell'on.
Lombardo voleva far passare addirittura con un emendamento alla
finanziaria che il presidente dell'Ars ha dichiarato inammissibile.
Tuttavia, la questione resta sul tappeto e se ne dovrà riparlare
prima o poi. Anche se bisognerà dare una risposta ad un interrogativo,
a questo punto, più che legittimo: perché istituire
solo quella calatina e non anche le altre proposte di nuove province
di cui è disseminata la Sicilia ?
Il risultato potrebbe essere quello di un'altra infausta moltiplicazione
di livelli istituzionali che, oltre ad appesantire la spesa, complicherebbe
enormemente la vita agli operatori e alla gente costretti a districarsi
fra una giungla amministrativa ipertrofica, ripetitiva, inadeguata
alle reali esigenze di sviluppo economico e di crescita civile.
Siamo di fronte ad una tendenza perniciosa che va bloccata sul nascere,
anche per mettere la Sicilia in sintonia con i nuovi orientamenti
che stanno maturando a livello nazionale in ordine alla razionalizzazione
degli assetti territoriali. Proprio l'altro giorno, nel Consiglio
dei ministri è stato approvato un provvedimento proposto
dalla ministra per le regioni, Linda Lanzillotta, col quale s'intende
avviare una riorganizzazione delle funzioni amministrative.
Con questo disegno di legge saranno create le città metropolitane
che assorbiranno le funzioni attribuite alle province, mentre per
le aree non metropolitane si procederà ad effettuare una
revisione delle circoscrizione provinciali.
La proposta ministeriale, purtroppo, deve fermarsi a Villa San Giovanni.
Palermo, pur avendone tutti i numeri, non è nell'elenco delle
nuove città metropolitane perché in Sicilia c'è
il muro della conservazione autonomistica che ferma ogni innovazione
di là del Faro.
Se si volesse far valere sul serio l'autonomia speciale bisognerebbe
anticipare il provvedimento approvato a Roma, puntando ad una radicale
riforma del sistema amministrativo isolano che potrebbe articolarsi
secondo uno schema triale: Comuni, Regione, Stato (e domani Unione
europea).
In questo quadro, non avrebbe più senso mantenere queste
province divenute una sorta di anacronistico e costoso sceiccato.
Così come altri organismi superflui disseminati sul territorio.
Per altro, non bisogna dimenticare che le province non furono previste
nello Statuto che parla di "liberi consorzi" fra comuni.
Come dire, in fondo l'eliminazione delle province sarebbe un'attuazione,
ancorché tardiva, dello Statuto.
Agostino Spataro
pubblicato in "La Repubblica" del 23 gennaio 2007.
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