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Diario
di un Golpe
di Paolo Hutter
Nel settembre 1973, poco prima e durante
il golpe militare che rovesciò il governo di Salvador Allende,
Paolo Hutter si trovava in Cile da dove mandava quotidianamente
le sue corrispondenze a Lotta Continua. A trent'anni da quell'11
settembre ve li riproponiamo come una testimonianza ancora viva
e attuale di una vicenda tragica per il popolo cileno che mise fine
nel sangue alla prima esperienza di un governo di sinistra in Sud
America e che ebbe ripercussioni in tutto il mondo
"Cominciamo da oggi la pubblicazione di una serie di articoli
del compagno Paolo Hutter sulla situazione cilena" (da Lotta
Continua, del 4 settembre '73). Era rarissimo, nei primi anni Settanta,
che su Lotta Continua apparissero articoli firmati. Ancor più
raro che avessero la forma di un racconto in prima persona. Il diario
della mia esperienza cilena fu un'eccezione, e la forma inconsueta
mi consentì anche di non essere sempre del tutto "ortodosso"
nell'interpretazione politica. Lotta Continua attribuiva il successo
del golpe e quindi il fallimento dell'esperienza di Unidad Popular
all'eccessivo spazio che era stato dato ai tentativi di compromesso,
a scapito di quella che avrebbe dovuto essere la mobilitazione rivoluzionaria
delle masse. Fortissima era la identificazione col Mir cileno (movimento
della sinistra rivoluzionaria).
Anch'io grosso modo la pensavo così, ma non rigidamente.
Più che altro registravo lo scarto tra le illusioni (per
esempio quella secondo la quale l'esercito si sarebbe spaccato in
caso di golpe) e la realtà. E raccontavo quel che vedevo
e sentivo. Quasi niente, per esempio sul ruolo Cia e Usa perché
materialmente non li potevo vedere (col senno di poi vorrei sapere
se la spinta decisiva al golpe non sia venuta proprio per impedire
il referendum prospettato da Allende.) Se ripropongo oggi il mio
diario di allora non è per improbabili ambizioni storiche
- oltretutto ero un ragazzo - né per continuità politica,
ma perché mi sembra una testimonianza viva di quei tempi,
di quei momenti e anche di quei valori e di quel linguaggio.
Eppure del golpe si parlava sempre; non c'era discorso, nei cordones
(coordinamenti sindacali territoriali sindacali) , alle radio, agli
attivi di partito che non cominciasse con "la situazione e
grave, la destra prepara un colpo reazionario" etc... Negli
ultimi giorni d'agosto, ricordo, la tensione era forte; certe sere,
molti compagni non tornavano a caso a dormire, si raccoglievano
in punti fissi pronti ad entrare in azione. Al telefono, alla radio
del MIR, mi dicevano la frase rituale "siamo sotto la lampada."..
Questo soprattutto nel periodo delle dimissioni di Ruiz Danjau,
e di Prats, (generali lealisti, più vicini ad Allende che
venivano spinti a dimettersi dagli altri alti comandi militari).
Ma non sempre i discorsi e gli appelli ufficiali corrispondevano
a quello che i compagni ti dicevano, frutto in genere dei lavoro
più o meno buono dei vari servizi di controinformazione.
"I prossimi due giorni sono pericolosi..",. " no,
guarda, fino a lunedì niente da temere... ".. Si contavano
i generali pro e contro, si aspettavano i direttivi democristiani,
si soppesavano le dichiarazioni dei direttivi dei gremios (i sindacati
padronali).
"Credo che i rischi più grossi siano passati",
mi diceva qualche giorno prima dell'11 il segretario d! una sezione
socialista, "certo, ci sono settori golpisti delle forze armate,
ma stanno perdendo il momento buono. La Marina e l'Aviazione sono
piuttosto malmesse, ma il grosso dell'esercito è fedele;
i camionisti, i commercianti in sciopero cominciano a dar segni
di stanchezza. II problema adesso e un po' diverso; pare che la
DC voglia far votare nel congresso la richiesta di dimissioni del
Governo e forse anche del Presidente. Bisogna vedere cosa farà
il chicho" (soprannome di Allende). Nelle vie del centro, gli
studenti di destra cominciano a raccogliere firme per le dimissioni
del presidente.
L'Unità, 3.9.2003
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IL DIARIO
4-9 settembre
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