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Il
3 novembre di 89 anni fa la mafia del feudo assassi- nava Bernardino
Verro, dirigente contadino e primo sindaco socialista di Corleone
Verro, una vita contro
la mafia
Bernardino
Verro
Dovette essere davvero un ribelle temerario questo Bernardino Verro
da Corleone se, nel 1892, all'età di 26 anni, osò
definire "usurpatori e sfruttatori del popolo" gli amministratori
comunali, che l'avevano assunto come impiegato. Sicuramente un sovversivo,
un "disobbediente", un "cani ca nun canusci patruni",
per dirla tutta. E la risposta dei "padroni" del municipio
- che poi erano i più ricchi proprietari terrieri di questo
grosso centro agricolo a 60 chilometri da Palermo e, alcuni, anche
componenti della famigerata associazione segreta dei "fratuzzi"
(come allora si chiamavano i mafiosi) - non si fece attendere: lo
licenziarono immediatamente. La rappresaglia politica, però,
non scoraggiò affatto Verro, che, insieme a Calogero Milone,
Biagio Gennaro, Francesco Puccio, Liborio Termini, Angelo Provenzano
e Francesco Streva, costituì il circolo repubblicano-socialista
"La Nuova Età", con l'obiettivo di battersi per
il rinnovamento sociale e politico di Corleone. Un pugno nello stomaco
per i notabili del paese, che con rabbia dovettero prendere atto
del "brutto" carattere del giovane Verro, sempre più
vicino alla nascente ideologia socialista. E, quando in Sicilia
spuntarono come funghi i fasci contadini, uno dei primi a nascere
- l'8 settembre 1892 - fu quello di Corleone, presieduto proprio
da Bernardino Verro. "Il nostro fascio - dichiarò con
orgoglio al giornalista Adolfo Rossi, in un'intervista per "La
Tribuna" di Roma dell'autunno 1893 - conta circa seimila soci
tra maschi e femmine, ma ormai si può dire che, meno i signori,
ne fa parte tutto il paese, tant'è vero che non facciamo
più distinzione fra soci e non soci. Le nostre donne hanno
capito così bene i vantaggi dell'unione tra i poveri, che
oramai insegnano il socialismo ai loro bambini". L'unione tra
i poveri: era questo il messaggio semplice e rivoluzionario dei
fasci. Verro e gli altri "apostoli" del socialismo isolano
lo spiegavano così ai contadini: "Se voi prendete una
verga sola la spezzate facilmente, se ne prendete due le spezzate
con maggiore difficoltà. Ma se fate un fascio di verghe è
impossibile spezzarle. Così, se il lavoratore è solo
può essere piegato dal padrone, se invece si unisce in un
fascio, in un'organizzazione, diventa invincibile".
Fame e miseria, volontà di scrollarsi di dosso secoli di
schiavitù feudale e speranza di riscatto sociale costituirono
la molla che spinse enormi masse di senza terra e di senza lavoro
ad unirsi, a rivendicare patti agrari più giusti e condizioni
di vita più umane. Alla loro testa si misero intellettuali
e professionisti, che ne assicurarono la direzione: Bernardino Verro
a Corleone, Nicolò Barbato a Piana dei Greci, Giacomo Montalto
a Trapani, Lorenzo Panepinto a S. Stefano di Quisquina, Giuseppe
De Felice Giuffrida a Catania. Un fenomeno rilevante, che mise in
crisi il blocco agrario, in un contesto in cui l'intero Stato italiano
era investito da una profonda crisi economica ed era incerto sulla
strada da seguire
per far fronte all'irrompere sulla scena sociale del movimento socialista
e del movimento cattolico.
Verro, da "modesto travet del ruolo esecutivo di gruppo C -
scrive lo storico Francesco Renda - divenne, nell'arco di pochi
mesi, una potenza politica, che tratta da pari a pari coi maggiori
esponenti politici dell'isola". E il 31 luglio 1893, al congresso
dei fasci che si celebra a Corleone, ormai "capitale contadina",
ottiene l'approvazione dei "Patti di Corleone", che rappresentano
il primo contratto sindacale scritto dell'Italia capitalistica.
La loro forza non stava tanto nei contenuti (proponeva l'applicazione
generalizzata della mezzadria, depurata dagli orpelli angarici,
imposti negli ultimi anni dai padroni), ma nell'idea semplice e
rivoluzionaria che i contadini non dovevano più trattare
da soli con i padroni, ma come organizzazione. Assumendo come piattaforma
rivendicativa "I Patti", in autunno si svilupparono imponenti
scioperi contadini, conclusi quasi ovunque con successo. Ma nei
primi di gennaio del 1894 i Fasci siciliani furono sciolti d'autorità
e repressi nel sangue dal governo Crispi. Verro e gli altri capi
socialisti furono arrestati, processati dai tribunali militari e
condannati a 16-18 anni di galera. Scarcerato qualche anno dopo
per l'intervenuta aministia, Verro continuò con decisione
la sua attività politico-sindacale a favore dei contadini,
organizzando gli scioperi dei primi anni del '900. Nel 1906 a Corleone
nacque la cooperativa "Unione agricola", che diventò
lo strumento per attuare le "affittanze collettive", un
sistema, cioè, per sottrarre i contadini alla intermediazione
parassitaria dei gabellati mafiosi e contrattare uniti e direttamente
con i proprietari l'affitto degli ex feudi. Fu lo stesso Verro a
descrivere in maniera incisiva le nuove condizioni create dalle
affittanze collettive. "Codesti antichi gabellati mafiosi -
dichiarò egli il 31 gennaio 1911 - finchè erano stati
i soli a pretendere in affitto gli ex feudi, avevano potuto imporre
ai proprietari e ai contadini le condizioni più favorevoli
ai loro interessi, mentre invece col sorgere della cooperativa agricola
e coi relativi scioperi i contadini erano venuti a trovarsi di fronte
ad una concorrenza formidabile, in quanto che la cooperativa offriva
ai proprietari delle terre estagli più elevati di quelli
imposti dai gabellati mafiosi. Da qui l'odio profondo di costoro,
che venivano lesi nei loro interressi
". Un odio che già
aveva decretato la morte di due militanti socialisti: il bracciante
agricolo Luciano Nicoletti, assassinato dalla mafia il 14 ottobre
1905, e il medico Andrea Orlando, freddato il 13 gennaio dell'anno
successivo.
Ma la mafia di Corleone aveva un motivo in più per odiare
Verro: lo considerava un "traditore". Nell'aprile del
1893, infatti, il capo dei contadini corleonesi aveva aderito all'organizzazione
dei "fratuzzi" con tanto di cerimonia di iniziazione,
che lui stesso descrisse in un memoriale. L'aveva fatto in un momento
particolare, quando il cerchio degli agrari gli si stava stringendo
pericolosamente attorno, con l'intento di assassinarlo. Avvicinato
da Calogero Gagliano, che gli promise la protezione della mafia
contro gli agrari, Verro giocò la partita azzardata di far
parte dell'organizzazione per provare a neutralizzarla. Ma ben presto
si rese conto dell'impossibilità di conciliare gli interessi
del movimento contadino con quelli dei gabellati mafiosi. Già
durante il grande sciopero del settembre 1893, i "fratuzzi"
si mobilitarono per boicottarlo, fornendo agli agrari la manodopera
necessaria per la coltivazione delle terre che i contadini si rifiutavano
di coltivare. D'allora Verro se ne allontanò e - come testimoniato
dagli stessi organi di polizia - divenne il loro più acerrimo
nemico. Non a caso, in un pubblico comizio tenuto la sera del 31
ottobre 1910 in piazza Nascè, Verro attaccò violentemente
la mafia, il sindaco Vinci e i suoi assessori. "Siete riusciti
a rendere Corleone il più disgraziato dei comuni della Sicilia,
lasciandogli solo il triste vanto di essere la sede della Cassazione
della mafia siciliana", fu l'accusa che il leader contadino
lanciò agli amministratori comunali. E la reazione non si
fece attendere. Sei giorni dopo, mentre Verro si trovava seduto
nella farmacia del dott. Francesco Palazzo, gli furono sparati contro
due colpi di fucile caricato a mitraglia, che fortunatamente lo
ferirono di striscio al polso sinistro. "Per questa volta i
picciotti fecero fumo!", ironizzò Verro, rivolto ai
curiosi che erano arrivati in farmacia dopo la sparatoria.
Fallito l'attentato, la mafia e gli agrari provarono a far fuori
Verro con l'arma della calunnia. Il cassiere della cooperativa "Unione
agricola", Angelo Palazzo, aveva falsificato delle cambiali,
truffando il Banco di Sicilia. Datosi alla latitanza, ebbe degli
abboccamenti col pretore di Corleone, al quale confidò che
era stato Verro il vero autore delle cambiali false. In base a queste
dichiarazioni il dirigente contadino venne arrestato in maniera
plateale il 21 settembre 1912 a Roma, dove stava partecipando al
congresso delle cooperative. L'arresto segnò il periodo più
difficile e doloroso della vita di Verro. All'amico avvocato Gioacchino
Giordano, che lo andava a trovare in carcere, disse: "Credilo,
se mi avessero accusato di avere voluto far saltare il Quirinale,
se io fossi accusato di un delitto politico qualsiasi, che comportasse,
magari, la pena di morte, la fucilazione, la forca, resterei tranquillo.
Ma, vedi, mi hanno imputato di falso!". "E gli occhi gli
luccicavano: quel ciglio che era restato sempre asciutto pei propri
dolori e aveva avuto lacrime solo per le sofferenze altrui, era
bagnato", racconta Giordano.
Perché Angelo Palazzo avesse coinvolto Verro nel falso in
cambiali è chiaro: intanto per attenuare le proprie responsabilità
e poi perché spinto dagli esponenti della mafia locale, ai
quali si era avvicinato, che così avevano trovato un sistema
indolore per sbarazzarsi del capo contadino, infangandone persino
l'onore.
Verro rimase in carcere per dieci lunghi mesi, ma finalmente nel
luglio 1913 fu liberato e potè fare ritorno a Corleone, accolto
entusiasticamente dai contadini, che sapevano della sua onestà.
Tutti erano convinti che le accuse infamanti e la terribile esperienza
del carcere l'avessero fiaccato, ma Verro stupì amici e avversari.
Iniziò nuovamente ad organizzare i contadini, riprese a combattere
e ottenne successi strepitosi. Nel 1914 venne eletto consigliere
provinciale, insieme al compagno di partito Vincenzo Schillaci,
la lista socialista vinse le elezioni comunali e Verro, con 1.455
voti di preferenza, risultò il primo eletto, diventando il
primo sindaco socialista della città.
Per
la mafia e gli agrari fu troppo. Nel primo pomeriggio del 3 novembre
1915, Bernardino Verro, uscito dal municipio, si stava dirigendo
a casa salendo da via Tribuna, dove lo attendevano la compagna,
Maria Rosa Angelastri, e la figlioletta di appena un anno, Giuseppina
Pace Umana .
uuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu Il cadavere
di Verro in via Tribuna
(oggi via B. Verro)
uAveva appena licenziato
i due vigili urbani che lo scortavano, quando fu fatto segno di
numerosi colpi di pistola (undici, di cui quattro sparatigli a bruciapelo
al capo), che lo uccisero. La vita di Verro si concluse nel fango
di via Tribuna, che impietosamente si mescolò col suo sangue.
Il processo per il suo assassinio si concluse - incredibilmente
- con la richiesta del pubblico ministero, il commendatore Wancolle,
di assolvere tutti gli imputati per non aver commesso il fatto,
che il tribunale immediatamente accolse.
In segno di gratitudine, i contadini e i municipi socialisti d'Italia
gli avevano dedicato un busto bronzeo in piazza Nascé. Ma
per i suoi feroci assassini anche la memoria dell'uomo doveva essere
cancellata. La statua del Verro fu oggetto, qualche anno dopo, di
un caso di "lupara bianca": nottetempo fu trafugata e
non se ebbe più traccia. Sarebbero dovuti passare circa 60
anni prima che la città di Corleone si ricordasse di questo
suo figlio, onorandone la memoria con un altro busto posto in villa
comunale e con una lapide sul luogo in cui era stato assassinato.
Era il 3 novembre 1985 e la lunga battaglia del gruppo consiliare
comunista per rompere la cappa di silenzio che pesava su Bernardino
Verro è stata egregiamente raccontata in un capitolo del
libro di Giorgio Bocca, "Il sottosopra".
Purtroppo, nemmeno questo secondo busto ha avuto vita lunga. Dopo
qualche anno, nel 1994, è stato buttato giù dal piedistallo.
E sono dovuti passare 10 anni perchè, qualche mese fa, fosse
restaurato e rimesso al suo posto. Qualche anno fa, l'amministrazione
di centro-sinistra del sindaco Cipriani aveva, comunque, fatto collocare
un busto bronzeo di Verro nella sala consiliare, dove ancora si
trova. E il consiglio comunale, dopo aver approvato un ordine del
giorno per intitolare a Verro la sala consiliare, vi ha provveduto
a dicembre dell'anno scorso, con una cerimonia promossa dl presidente
Stefno Gambino.
Dino Paternostro
3 novembre 2004
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