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MAFIA
il
volto più recente di Cosa nostra, disegnato dal rapporto
annuale 2002 del Viminale sul fenomeno della criminalità
organizzata
Ecco come cambia "Cosa
Nostra"
PALERMO - Cosa nostra
continua a mantenere il controllo capillare del territorio, il boss
corleonese Bernardo Provenzano, latitante da oltre 40 anni, è
saldamente alla guida di un' organizzazione criminale che sembra
avere assorbito i contraccolpi di pentimenti «eccellenti»
e ricomposto i contrasti interni tra «falchi» e «colombe».
E' il volto più recente di Cosa nostra, disegnato dal rapporto
annuale 2002 del Viminale sul fenomeno della criminalità
organizzata. Sul fronte degli affari, poi, « è emersa
- si legge nella relazione - la tendenza a concentrare gli interessi
economici e finanziari nelle mani di una lobby elitaria, coinvolgendo
eventualmente i capofamiglia più affidabili e delegando le
attività sul territorio a soggetti di minore profilo».
La decimazione della struttura mafiosa da parte delle forze di polizia
ha causato l'affidamento di ruoli di comando a soggetti non sempre
«all'altezza» con un «significativo abbattimento
qualitativo dei personaggi di spicco».
La strategia della sommersione,
che ha caratterizzato l'ultima fase dell'organizzazione viene applicata
anche alla gestione illecita degli appalti, attività a cui
Cosa nostra continua a dedicarsi. «La mafia - si legge nel
rapporto - sembra avere adottato un modello più defilato
del precedente che vede affidare alle imprese il condizionamento
dalle fasi iniziali dell' appalto». Con difficoltà
la mafia avrebbe superato le tensioni legate alle rivendicazioni
dei leader corleonesi al 41 bis che «hanno manifestato una
particolare aggressività ed hanno adottato un profilo palesemente
intimidatorio». Nuovi squarci sulla realtà di Cosa
nostra sono stati offerti dalla collaborazione dell' ex boss di
Caccamo Nino Giuffrè. «Il controverso atteggiamento
di Pino Lipari (l' ex consigliori di Bernardo Provenzano aspirante
collaboratore dichiarato inattendibile dai magistrati di Palermo
n.d.r.) che ha rivestito un ruolo strategico nella gestione delle
ricchezze delle famiglie - scrivono dal Viminale - può aprire
scenari informativi nuovi».
Il rapporto disegna una
Sicilia divisa in due aree: quella occidentale, sotto il dominio
dei corleonesi guidati da Provenzano e dai suoi due luogotenenti
latitanti Matteo Messina Denaro e Salvatore Lo Piccolo, e quella
orientale che vede l'egemonia delle famiglie catanesi. Nonostante
l'ormai duratura pax mafiosa restano alcuni focolai di tensione:
nelle zone di Belmonte Mezzagno, nel Palermitano, tra Raffadali
e Sant' Angelo di Muxaro nell'Agrigentino e nel Gelese. Oltre a
tracciare una generale panoramica sull' attuale assetto di Cosa
nostra il Viminale analizza la realtà criminale delle nove
province siciliane.
Resta saldo, nel Palermitano,
«lo schieramento carcerario diretto dai leader sottoposti
al regime carcerario duro che ha dimostrato un' elevata reattività
contro la politica del 41 bis ed ha coinvolto anche detenuti appartenenti
ad altre matrici mafiose nazionali». Sempre nel palermitano
le cosche hanno stretto accordi con gruppi stranieri, in particolare
nigeriani e nord-africani, per la gestione del racket della prostituzione.
Più fluida la
situazione nell'Agrigentino dove dopo «l' arresto del boss
di Canicattì Calogero Di Caro la leadership è assicurata
dai latitanti Giuseppe Falsone della 'famiglia' di Campobello di
Licata, sostentuo dal mandamento palermitano della Guadagna, e da
Maurizio Di Gati». «I gruppi agrigentini - continua
il rapporto - hanno dimostrato una spiccata vocazione all' infiltrazione
nei settori economico-finanziari» ed un forte coinvolgimento
nella gestione degli immigrati clandestini che costantemente sbarcano
a Lampedusa e Linosa.
Cosa nostra continua
a dominare incontrastata la provincia di Caltanissetta mentre «la
stidda, che ha ormai perso i caratteri originali, risulta significativa
solo nel gelese». Rilevante, infine, l' impatto della collaborazione
di Ciro Vara, boss di spicco della famiglia di Vallelunga Pratameno.
Continua ad affermare
la propria leadership nel Catanese la famiglia Santapaola, appoggiata
dalle cosche dei Laudani, dei Cappello e dei Cursoti. «Nella
provincia- scrivono dal Viminale - ha assunto un ruolo strategico
anche la "famiglia" di Caltagirone del boss Francesco
La Rocca, legittimato a livello centrale tanto da rappresentare
l' organizzazione anche nelle occasioni extraprovinciali più
importanti».
Una «funzione di
cesura tra la Sicilia occidentale e quella orientale» è
svolta dalla provincia di Enna.
Sempre più forti
nel Messinese, invece, sono le organizzazioni mafiose «esterne
a Cosa nostra» e le bande di albanesi impegnate «prevelentemente
nel traffico degli stupefacenti».
Restano saldi al potere
nel Ragusano i Dominante di Vittoria. Emergente la figura di Francesco
Sacco, reggente dei "Dominante che avrebbe posto in atto una
strategia di recupero del controllo del territorio, pur garantendo
l'inabissamento dell'organizzazione".
In evoluzione la situazione
nel Siracusano dove sono forti i contrasti tra Cosa nostra e le
altre organizzazioni criminali. E se a nord è ancora forte
la famiglia nardo a sud sono attive le cosche Aparo e Trigila.
Tre, infine, i mandamenti
nel Trapanese: Castelvetrano, Mazara del Vallo e Trapani sui quali
dura incontrastata la leadership del superlatitante matteo Messina
Denaro. «Di matrice corleonese- si legge nel rapporto - Messina
Denaro ha tenuto un atteggiamento defilato e propositivo essenzialmente
oerientato ad affermare il proprio dominio nei lucrosi affari della
zona». Cosa nostra trapanese - conclude la relazione - ha
una marcata vocazione imprenditoriale e diffusi interessi nel traffico
di droga, armi e nella macellazione clandestina».
27.08.2003 |