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SI
CHIUDE!
I sigilli alla sede DS di Palermo
di Enrico Del Mercato
Qualcuno aveva provato a chiamarlo il "Botteghino",
così per dargli il rango di fratello minore di "Botteghe
Oscure". Ma, nonostante questo, quella villa del '700 eletta
a sede del partito in Sicilia non è mai piaciuta fino in
fondo a dirigenti e militanti. Probabilmente perché il Pci
ci entrò nel 1978, nel momento di maggior successo elettorale
(alle elezioni del '76 in città aveva toccato quota 21 per
cento che non raggiungerà mai più), e adesso che i
vigili hanno messo i sigilli alla palazzina pericolante, gli eredi
di quel partito galleggiano intorno al 9 per cento. Così,
è facile fare del palazzetto di corso Calatafimi il simbolo
pericolante del declino. Alla tentazione non sfugge neppure un vecchio
dirigente, duro e malinconico, come Nino Mannino: "A ripensarci
mi viene quasi da pentirmene. Da quando siamo entrati in quel palazzo
di luce ne abbiamo vista pochina".
Già, perché quando il partito traslocò dalla
precedente sede di via Caltanissetta alla nuova di corso Calatafimi
lui, Nino Mannino, era segretario della federazione di Palermo.
Aveva appena finito di festeggiare il boom elettorale del '76 che
si trovò a dover organizzare il trasferimento. Il palazzetto
di corso Calatafimi era stato acquistato dal partito nel 1975 dalla
società "La bellatrice". Tempi di passioni e militanza:
per dare la nuova sede al Pci siciliano occorsero i soldi del finanziamento
pubblico ai partiti (la legge era entrata in vigore l´anno
prima), ma servirono anche i contributi volontari dei "compagni".
Così come per rimettere a posto tetti, pavimenti e mura servì
l´aiuto di una coop di operai edili. Tre anni dopo la firma
del contratto di compravendita, comunque, il Pci potè fare
ingresso nella nuova sede. La prima di proprietà e, dunque,
stabile. Qualcuno obiettò che era troppo lontana dal centro
della città che era anche il centro della politica. Franco
Padrut, che nel Pci entrò nel 1962, per esempio è
tra quelli ai quali si stringe il cuore a ripensare alla sede precedente:
quella di via Caltanissetta: "Ricordo i festeggiamenti per
le vittorie del '76, ma anche le riunioni con Leonardo Sciascia
che era consigliere comunale del Pci". Esattamente di fronte
c´era l´assessorato regionale all´Industria, così
nel giorno in cui la polizia caricò i minatori che manifestavano,
dalle finestre della sede del Pci piovvero lampadine usate. Tungsteno
vecchio sulle teste dei poliziotti. Tempi in cui la politica accendeva
altre passioni.
Nell´altra
sede, al "Botteghino" di corso Calatafimi, un rappresentante
delle forze dell´ordine sarebbe entrato parecchi anni dopo.
Il 1 maggio del 1982, il giorno dopo l´omicidio di Pio La
Torre e Rosario Di Salvo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa
- da qualche ora nominato prefetto di Palermo - salì le scale
della sede comunista per partecipare ad una riunione con Enrico
Berlinguer e i dirigenti siciliani del partito. Bisognava organizzare
i funerali del leader assassinato dalla mafia e, soprattutto, decidere
chi avrebbe dovuto prendere la parola dal palco montato in piazza
Politeama. Alla fine - nonostante il dissenso di qualcuno - si decise
che avrebbe parlato anche il presidente della Regione Mario D´Acquisto.
Sul quale si abbattè una valanga di fischi. La breve, tragica
e intensa stagione del ritorno di Pio La Torre, del resto, è
quella che ha lasciato più segni e più ricordi sui
muri della villa gentilizia di corso Calatafimi. Il giorno in cui
spararono al segretario regionale, in parecchi giurarono di aver
visto Nino Mannino uscire di corsa dalla sua stanza al secondo piano
gridando: "Lo ammazzo, lo ammazzo". Qualcuno ha speculato
su quell´urlo di rabbia e di dolore provando a ricavarne le
tracce della cosiddetta "pista interna". Invece, Nino
Mannino - parecchi anni dopo - ha chiarito: "Io pensavo a Vito
Ciancimino e alla sua cricca".
Ci sarebbe stato tempo per consumare, in quelle stanze, altre stagioni.
Recuperi elettorali - come quello delle Europee dell´89 -
e scoppole che erodevano, a poco a poco, il consenso. Nel frattempo
se ne era andato anche il Pci. E la stagione del Pds, in Sicilia,
si era aperta all´insegna dell´ennesimo scontro tra
vecchi e giovani. Era arrivato Pietro Folena e tra lui e Emanuele
Macaluso si era accesa la guerra per chi dovesse guidare la lista
alle Politiche. Quando da Roma arrivò l´ordine che
il numero uno spettava a Macaluso, i "Folena boys" (gran
parte dell´attuale classe dirigente, tra cui Antonello Cracolici)
occuparono la sede di corso Calatafimi. Ma il "Botteghino",
già allora, mostrava le crepe. Così come i bilanci
del partito. Qualche anno dopo si cominciò a parlare di vendere
la villa settecentesca. I dirigenti regionali si adoperarono per
cercare nuovi spazi e trovarono un appartamento - meno ridondante,
ma più efficiente - in via Dalla Chiesa. Solo che l´assemblea
di condominio bocciò l´ipotesi di spostare la sede
di un partito politico nel palazzo. E il peso di tenere esposta
la bandiera tornò sulle spalle delle "cariatidi"
che reggono il balcone dell´antica villa di corso Calatafimi.
La Repubblica, 24.9.03
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