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Riproponiamo
la famosa intervista del generale Dalla Chiesa a Giorgio Bocca
Parla
il generale Dalla Chiesa, l'uomo incaricato
di sconfiggere l'associazione criminale più pericolosa d'Italia
"Come
combatto contro la mafia "
"E' una delinquenza
cauta ,che ti misura che ti ascolta
"
dal nostro inviato GIORGIO BOCCA
PALERMO
- La Mafia non fa vacanza, macina ogni giorno i suoi delitti; tre
morti ammazzati giovedì 5 fra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla
Milicia, altri tre venerdì, un morto e un sequestrato sabato,
ancora un omicidio domenica notte, sempre lì, alle porte
di Palermo, mondo arcaico e feroce che ignora la Sicilia degli svaghi,
del turismo internazionale, del "wind surf" nel mare azzurro
di Mondello. Ma è soprattutto il modo che offende, il "segno"
che esso dà al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e allo
Stato:
i killer girano su potenti motociclette, sparano nel centro degli
abitati, uccidono come gli pare, a distanza di dieci minuti da un
delitto all'altro.
Dalla Chiesa è nero: "Da oggi la zona sarà presidiata,
manu militari . Non spero certo di catturare gli assassini ad un
posto di blocco, ma la presenza dello Stato deve essere visibile,
l'arroganza mafiosa deve cessare".
Che arroganza generale?
"A un giornalista devo dirlo? uccidono in pieno giorno, trasportano
i cadaveri, li mutilano, ce li posano fra questura e Regione, li
bruciano alle tre del pomeriggio in una strada centrale di Palermo".
Questo Dalla Chiesa in doppio petto blu prefettizio vive con un
certo disagio la sua trasformazione: dai bunker catafratti di Via
Moscova, in Milano, guardati da carabinieri in armi, a questa villa
Wittaker, un po' lasciata andare, un po' leziosa, fra alberi profumati,
poliziotti assonnati, un vecchio segretario che arriva con le tazzine
del caffè e sorride come a dire: ne ho visti io di prefetti
che dovevano sconfiggere la Mafia.
Generale, vorrei farle una domanda pesante. Lei è qui
per amore o per forza? Questa quasi impossibile scommessa contro
la Mafia è sua o di qualcuno altro che vorrebbe bruciarla?
Lei cosa è veramente, un proconsole o un prefetto nei guai?
"Beh, sono di certo nella storia italiana il primo generale
dei carabinieri che ha detto chiaro e netto al governo: una prefettura
come prefettura, anche se di prima classe, non mi interessa. Mi
interessa la lotta contro la Mafia, mi possono interessare i mezzi
e i poteri per vincerla nell'interesse dello Stato".
Credevo che il governo si fosse impegnato, se ricordo bene il
Consiglio dei Ministri del 2 aprile scorso ha deciso che lei deve
"coordinare sia sul piano nazionale che su quello locale"
la lotta alla Mafia.
"Non mi risulta che questi impegni siano stati ancora codificati".
Vediamo un po' generale, lei forse vuol dirmi che stando alla
legge il potere di un prefetto è identico a quello di un
altro prefetto ed è la stessa cosa di quello di un questore.
Ma è implicito che lei sia il sovrintendente, il coordinatore.
"Preferirei l'esplicito".
Se non ottiene l'investitura formale che farà? Rinuncerà
alla missione?
"Vedremo a settembre. Sono venuto qui per dirigere la lotta
alla Mafia, non per discutere di competenze e di precedenze. Ma
non mi faccia dire di più".
No, parliamone, queste faccende all'italiana vanno chiarite.
Lei cosa chiede? Una sorta di dittatura antimafia? I poteri
speciali del prefetto Mori?
"Non chiedo leggi speciali, chiedo chiarezza. Mio padre al
tempo di Mori comandava i carabinieri di Agrigento. Mori poteva
servirsi di lui ad Agrigento e di altri a Trapani a Enna o anche
Messina, dove occorresse. Chiunque pensasse di combattere la Mafia
nel "pascolo" palermitano e non nel resto d'Italia non
farebbe che perdere tempo".
Lei cosa chiede? L'autonomia e l'ubiquità di cui ha potuto
disporre nella lotta al terrorismo?
"Ho idee chiare, ma capirà che non è il caso
di parlarne in pubblico. Le dico solo che le ho già, e da
tempo, convenientemente illustrate nella sede competente. Spero
che si concretizzino al più presto. Altrimenti non si potranno
attendere sviluppi positivi".
Ritorna con la Mafia il modulo antiterrorista? Nuclei fidati,
coordinati in tutte le città calde?
Il generale fa un gesto con la mano, come a dire, non insista, disciplina
giovinetto: questo singolare personaggio scaltro e ingenuo, maestro
di diplomazie italiane ma con squarci di candori risorgimentali.
Difficile da capire.
Generale, noi ci siamo conosciuti qui negli anni di Corleone
e di Liggio, lei è stato qui fra il '66 e il '73 in funzione
antimafia, il giovane ufficiale nordista de "Il giorno della
civetta". Che cosa ha capito allora della Mafia e che cosa
capisce oggi, 1982?
"Allora ho capito una cosa, soprattutto: che l'istituto del
soggiorno obbligatorio era un boomerang, qualcosa superato dalla
rivoluzione tecnologica, dalle informazioni, dai trasporti. Ricordo
che i miei corleonesi, i Liggio, i Collura, i Criscione si sono
tutti ritrovati stranamente a Venaria Reale, alle porte di Torino,
a brevissima distanza da Liggio con il quale erano stati da me denunziati
a Corleone per più omicidi nel 1949. Chiedevo notizie sul
loro conto e mi veniva risposto: " Brave persone". Non
disturbano. Firmano regolarmente. Nessuno si era accorto che in
giornata magari erano venuti qui a Palermo o che tenevano ufficio
a Milano o, chi sa, erano stati a Londra o a Parigi".
E oggi ?
"Oggi mi colpisce il policentrismo della Mafia, anche in Sicilia,
e questa è davvero una svolta storica. E' finita la Mafia
geograficamente definita della Sicilia occidentale. Oggi la Mafia
è forte anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista
di Palermo. Con il consenso della Mafia palermitana, le quattro
maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede
che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del
potere mafioso?"
Scusi la curiosità, generale. Ma quel Ferlito mafioso,
ucciso nell'agguato sull'autostrada, si quando ammazzarono anche
i carabinieri di scorta, non era il cugino dell'assessore ai lavori
pubblici di Catania?
"Si ".
E come andiamo generale, con i piani regolatori delle grandi
città? E' vero che sono sempre nel cassetto dell'assessore
al territorio e all'ambiente?
"Così mi viene denunziato dai sindaci costretti da anni
a tollerare l'abusivismo".
IL CASO MATTARELLA
Senta generale, lei ed io abbiamo la stessa età e abbiamo
visto, sia pure da ottiche diverse, le stesse vicende italiane,
alcune prevedibili, altre assolutamente no. Per esempio che il figlio
di Bernardo Mattarella venisse ucciso dalla Mafia. Mattarella junior
è stato riempito di piombo mafioso. Cosa è successo,
generale?
"E' accaduto questo: che il figlio , certamente consapevole
di qualche ombra avanzata nei confronti del padre, tutto ha fatto
perché la sua attività politica e l'impegno del suo
lavoro come pubblico amministratore fossero esenti da qualsiasi
riserva. E quando lui ha dato chiara dimostrazione di questo suo
intento, ha trovato il piombo della Mafia. Ho fatto ricerche su
questo fatto nuovo: la Mafia che uccide i potenti, che alza il mirino
ai signori del "palazzo". Credo di aver capito la nuova
regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione
fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere
perché è isolato".
Mi spieghi meglio.
"Il caso di Mattarella è ancora oscuro, si procede per
ipotesi. Forse aveva intuito che qualche potere locale tendeva a
prevaricare la linearità dell'amministrazione. Anche nella
DC aveva più di un nemico. Ma l'esempio più chiaro
è quello del procuratore Costa, che potrebbe essere la copia
conforme del caso Coco".
Lei dice che fra filosofia mafiosa e filosofia brigatista esistono
affinità elettive?
"Direi di si. Costa diventa troppo pericoloso quando decide,
contro la maggioranza della procura, di rinviare a giudizio gli
Inzerillo e gli Spatola. Ma è isolato, dunque può
essere ucciso, cancellato come un corpo estraneo. Così è
stato per Coco: magistratura, opinione pubblica e anche voi garantisti
eravate favorevoli al cambio fra Sossi e quelli della XXII ottobre.
Coco disse no. E fu ammazzato".
Generale, mi sbaglio o lei ha una idea piuttosto estesa dei mandanti
morali e dei complici indiretti? No, non si arrabbi, mi dica piuttosto
perché fu ucciso il comunista Pio La Torre.
"Per tutta la sua vita. Ma, decisiva, per la sua ultima proposta
di legge, di mettere accanto alla "associazione a delinquere"
la associazione mafiosa".
Non sono la stessa cosa? Come si può perseguire una associazione
mafiosa se non si hanno le prove che sia anche a delinquere?
"E' materia da definire. Magistrati, sociologi, poliziotti,
giuristi sanno benissimo che cosa è l'associazione mafiosa.
La definiscono per il codice e sottraggono i giudizi alle opinioni
personali".
Come si vede lei generale Dalla Chiesa di fronte al padrino del
"Giorno della civetta"?
"Stiamo studiandoci, muovendo le prime pedine. La Mafia
è cauta, lenta, ti misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana.
Un altro non se ne accorgerebbe, ma io questo mondo lo conosco".
"ERA MEGLIO L'ANTITERRORISMO"
Mi faccia un esempio.
"Certi inviti. Un amico con cui hai avuto un rapporto di affari,
di ufficio, ti dice, come per combinazione: perché non andiamo
a prendere il caffè dai tali. Il nome è illustre.
Se io non so che in quella casa l'eroina corre a fiumi ci vado e
servo da copertura. Ma se io ci vado sapendo, è il segno
che potrei avallare con la sola presenza quanto accade".
Che mondo complicato. Forse era meglio l'antiterrorismo.
"In un certo senso si, allora avevo dietro di me l'opinione
pubblica, l'attenzione dell' Italia che conta. I gambizzati erano
tanti e quasi tutti negli uffici alti, giornalisti, magistrati,
uomini politici. Con la Mafia è diverso, salvo rare eccezioni
la Mafia uccide i malavitosi, l'Italia per bene può disinteressarsene.
E sbaglia".
Perché sbaglia, generale?
"La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove
ha fato grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali.
Vede, a me interessa conoscere questa "accumulazione primitiva"
del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco,
queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama
hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti a la page.
Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo,
che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari
passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura
i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere".
E deposita nelle banche coperte dal segreto bancario, no, generale?
"Il segreto bancario. La questione vera non è lì.
Se ne parla da due anni e ormai i mafiosi hanno preso le loro precauzioni.
E poi che segreto di Pulcinella è? Le banche sanno benissimo
da anni chi sono i loro clienti mafiosi. La lotta alla Mafia non
si fa nelle banche o a Bagheria o volta per volta, ma in modo globale".
Generale Dalla Chiesa, da dove nascono le sue grandissime ambizioni?
Mi guarda incuriosito.
Voglio dire, generale: questa lotta alla Mafia l'hanno persa
tutti, da secoli, i Borboni come i Savoia, la dittatura fascista
come le democrazie pre e post fasciste, Garibaldi e Petrosino, il
prefetto Mori e il bandito Giuliano, l'ala socialista dell'Evis
indipendente e la sinistra sindacale dei Rizzotto e dei Carnevale,
la Commissione parlamentare di inchiesta e Danilo Dolci. Ma lei
Carlo Alberto Dalla Chiesa si mette il doppio petto blu prefettizio
e ci vuole riprovare.
"Ma si, e con un certo ottimismo, sempre che venga al più
presto definito il carattere della specifica investitura con la
quale mi hanno fatto partire. Io, badi, non dico di vincere, di
debellare, ma di contenere. Mi fido della mia professionalità,
sono convinto che con un abile, paziente lavoro psicologico si può
sottrarre alla Mafia il suo potere. Ho capito una cosa, molto semplice
ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi
mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro
elementari diritti.
Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei
suoi dipendenti i nostri alleati".
Si va a pranzo in un ristorante della Marina con la signora Dalla
Chiesa, oggetto misterioso della Palermo del potere. Milanese, giovane,
bella.
Mah! In apparenza non ci sono guardie, precauzioni. Il generale
assicura che non c'erano neppure negli anni dell'antiterrorismo.
Dice che è stata la fortuna a salvarlo le tre o quattro volte
che cercarono di trasferirlo a un mondo migliore.
"Doveva uccidermi Piancone la sera che andai al convegno dei
Lyons.
Ma ci andai in borghese e mi vide troppo tardi. Peci, quando lo
arrestai, aveva in tasca l'elenco completo di quelli che avevano
firmato il necrologio per la mia prima moglie. Di tutti sapevano
indirizzo, abitudini, orari. Nel caso mi fossi rifugiato da uno
di loro, per precauzione. Ma io precauzioni non ne prendo. Non le
ho prese neppure nei giorni in cui su "Rosso" appariva
la mia faccia al centro del bersaglio da tirassegno, con il punteggio
dieci, il massimo. Se non è istigazione ad uccidere questa?"
Generale, sinceramente, ma a lei i garantisti piacciono?
Dagli altri tavoli ci osservano in tralice. Quando usciamo qualcuno
accenna un inchino e mormora: "Eccellenza".
Palermo, 10 agosto 1982
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Palermo
- "Da oggi la zona sarà presidiata, manu militari.
Non spero certo di catturare gli assassini a un posto di blocco,
ma la presenza dello Stato deve essere visibile, l'arroganza mafiosa
deve cessare". Questo Dalla Chiesa in doppiopetto blu prefettizio
vive con un certo disagio la sua trasformazione: dai bunker catafratti
di via Moscova, in Milano, guardati dai carabinieri in armi, a
questa villa Wittaker, un po' lasciata andare, un po' leziosa,
tra alberi profumati, poliziotti assonnati, un vecchio segretario
che arriva con le tazzine del caffè e sorride come a dire:
ne ho visti io di prefetti che dovevano sconfiggere la Mafia.
Come si vede lei, generale Dalla Chiesa, di fronte al padrino
del "Giorno della civetta?
"Stiamo studiandoci, muovendo le prime pedine. La mafia è
cauta, lenta, ti misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana.
Un altro non se ne accorgerebbe, ma io questo mondo lo conosco"...
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