Io ho un concetto etico del giornalismo. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, impone ai politici il buon governo. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze e le sopraffazioni, la corruzione e le violenze che non è stato mai capace di combattere.
Giuseppe Fava, 1981




Di giornalismo etico scriveva Giuseppe Fava nel suo ultimo intervento sul "Giornale del Sud", quotidiano catanese del quale fu direttore per circa un anno. Venne licenziato perché, si disse ufficialmente, la sua linea d'energica opposizione all'istallazione delle testate nucleari nella base Nato di Comiso era in contrasto con quella della proprietà. Venne licenziato in verità perché quel piccolo e improvvisato tentativo di concorrenza nei confronti de "La Sicilia", piuttosto che essere la patina mediatica delle avventure politiche dei suoi investitori, fu il primo giornale che cominciò a denunciare la pericolosa presenza del fenomeno mafioso a Catania. In un periodo in cui il "misconosciuto" boss di Catania, Benedetto Santapaola, veniva fotografato all'inaugurazione del suo salone Renault assieme ai notabili della città e finiva, col rispetto dovuto ad un giovane e rampante imprenditore vicino alla gente che conta, nelle pagine di apertura della cronaca cittadina del più importante quotidiano catanese. Occorreva a Fava, in quell'ultima pagina delle Lettere al direttore, enucleare il senso etico del giornalismo per restituirgli l'originario ruolo di responsabilità sociale, e per aprire la strada al progetto di un giornale indipendente che vide la luce nel dicembre del 1982: "I Siciliani", mensile da lui fondato e diretto ancora e purtroppo per solo un anno. Un ruolo (e un giornalismo) che a Catania era sempre mancato, se non in qualche raro esempio; il primo che viene in mente è l'inchiesta, negli anni della "Milano del sud", di Candido Cannavò sui "lazzaretti" (si legga: ospedali), cui la gestione dorotea di Nino Drago - proconsole trentennale di Andreotti nella città etnea - aveva tolto ogni risorsa per aprire la strada alla rapida ascesa della sanità privata. Un ruolo, quello dell'advocacy, il cui tratto ontologico è antitesi di ogni etica mafiosa.
Giuseppe Fava, come si ricorderà, è stato ammazzato da un commando santapaoliano, di fronte al Teatro stabile di Catania il 5 gennaio 1984.

Parlare di "etica mafiosa" potrebbe suonare strano e tanto più in un articolo concentrato sui giornalisti uccisi dalla mafia. Eppure il paradosso rientra, se diamo per scontato che non esiste fenomeno sociale che non sia regolato da un codice culturale. Un sistema di valori che è spesso condiviso dalla società in cui il fenomeno nasce, si sviluppa e si conserva. Uno degli aspetti fondamentali per la definizione della mafia è infatti "l'omologia tra valori mafiosi e valori della società siciliana tradizionale" (Catanzaro, 1988).
Lo spirito di mafia, primo ed essenziale valore di Cosa Nostra e di chi riconosce autorità politica alla mafia, "consiste nel reputare segno di debolezza o di vigliaccheria il ricorrere alla giustizia ufficiale, alla polizia ed alla magistratura, per la riparazione […] di certi torti ricevuti" (Mosca, 1949). Torti lesivi dell'onore che vanno riscattati personalmente o semmai ricorrendo alla protezione del mafioso. Il sentimento di mafia è quindi un meccanismo di difesa dell'autorità che si esplica attraverso il comportamento omertoso, che non viene in reazione all'intimidazione, ma piuttosto allo stigma sociale cui si incapperebbe se si decidesse di dialogare con le istituzioni democratiche. Ecco perché la funzione del giornalista, che è basata sulla pubblicità, che è arma ed essenza della democrazia, cozza con un sistema autoritario che del silenzio fa il suo principale mezzo di conservazione, e che nega il consenso democratico come strumento di legittimità politica.
Filiazione elitaria dello spirito di mafia è il sicilianismo. Un sentimento che pervade le classi medio-alte e che viene in "difesa" della Sicilia ogniqualvolta viene data visibilità al tema della mafia. È la principale giustificazione ideologica di Cosa Nostra. Un copione sempre uguale che debutta 1902 all'indomani dell'inchiesta sul delitto Notarbartolo, recitato dal Comitato pro-Sicilia, e che, dopo diverse repliche, viene agitato dal governatore Totò Cuffaro nel gennaio del 2005 in reazione all'inchiesta sulla "Mafia che non spara" di Maria Grazia Mazzola (su "Report" di Milena Gabanelli).

Il sicilianismo è stato spesso bandiera dell'informazione isolana, che per decenni ha trattato gli omicidi di mafia con disinteresse, descrivendoli, nel migliore dei casi, come opera di comune criminalità, se non anche come delitti passionali o suicidi; e che al coro offeso ha risposto intonando le voci e fornendo i necessari mezzi amplificatori. Memorabili le parole del cardinale di Palermo, Ernesto Ruffini, che negli anni Sessanta parlò della mafia come di un'invenzione dei comunisti per denigrare la Dc; come indimenticabile, nel 1961, rimane la levata di scudi in occasione delle inchieste di Gianni Bisiach, con la troupe di TV7, che da Corleone passava in rassegna coraggiose testimonianze sulla realtà mafiosa di quel territorio. E tutto mentre già nell'ottobre del 1958 la tipografia de "L'Ora" era saltata in aria a due giorni dalla pubblicazione in prima pagina della foto di Luciano Liggio, con un titolo che lasciava poco spazio alla fantasia: "Pericoloso!", a corredo della seconda puntata di una preziosa inchiesta su Cosa Nostra. Imperdibile il grottesco panegirico del Comitato in difesa dell'onore di Catania, del quale "La Sicilia" fu promotrice e fece da sponda mediatica, in seguito ai potenti riflettori puntatati sulla città all'indomani dell'omicidio Dalla Chiesa, nel 1982. Il Generale, qualche settimana prima della sua morte, aveva rilasciato a Giorgio Bocca, per "Repubblica", un'intervista nella quale descriveva lo strano percorso mafioso dei cavalieri del lavoro catanesi alla conquista degli appalti pubblici del Palermitano. È ancora da ricordare la trasformazione di questo atteggiamento, dopo che il delitto Dalla Chiesa svegliò l'informazione nazionale e la mafia subì un processo di tematizzazione (Priulla, 1987); quando insomma non si poté più negare l'esistenza del fenomeno mafioso, ma si poteva negare, invece, il suo rapporto con la politica: fu allora che il sicilianismo, nei giornali siciliani, si trasformò in garantismo. Erano gli anni Ottanta. Erano gli attacchi al pool antimafia. Negli anni Novanta poi, quando per forza di cosa Falcone e Borsellino divennero eroi, si passò a tingere di "rosso" le toghe di Caselli e dei suoi collaboratori.
La tesi che vede alcuni giornali siciliani condividere con la cultura mafiosa codici e linguaggi è ribadita dalla ricerca di Priulla e Iozzia del 1984. Scrivono gli autori nella conclusione: "Più che per qualunque altro tipo di fatti, per i fatti di mafia esistono due livelli di scrittura, il secondo dei quali è intessuto a "chi ha orecchio per intendere"; di indiscrezioni calibrate; di accorti dosaggi; di omissioni e di silenzi. A questo livello la stampa viene utilizzata per le operazioni ormai collaudate di depistaggio o di ridimensionamento o di logoramento, realizzate con tecniche spesso ripetute, dalla orchestrazione delle fughe di notizie alla costruzione dei falsi indizi e delle "piste seconde", allo stillicidio dei "si dice" alla demolizione sistematica della figura della vittima. […]. I destinatari di tale tipo di comunicazione sono interni al sistema di potere mafioso: a chi ne è fuori ne sfugge una gran parte, che viene percepita per lo più solo a gran distanza di tempo, quindi senza esito" (Priulla, Iozzia, 1984).
Tornare ai giorni immediatamente successivi al primo delitto eccellente di Catania, permette di dimostrare quanto detto. Mentre il sindaco di Catania, Angelo Munzone, all'unisono col già citato Nino Drago, intervistato da "l'Unità", sostiene: "La mafia? È ormai dovunque, nel mondo: ma qui a Catania no. Lo escludo. […]. Polveroni, chissà da chi ispirati" ("L'Unità", 9 gennaio 1984); con Tony Zermo, articolista di punta del giornale di Mario Ciancio, si legge: "Catania e il suo gruppo di potere economico, i suoi equilibri, erano stati destabilizzati pesantemente dal delitto Dalla Chiesa e dalla pista catanese che gli inquirenti avevano imboccato. A qualche mese di distanza questi equilibri si erano faticosamente ricomposti in qualche modo. Ora, all'improvviso, il delitto Fava che riporta Catania sulle prime pagine, alla ribalta della cronaca nera. Come non pensare che possa essere stato un altro colpo sferrato da chi abbia interesse a distruggere gli equilibri catanesi?" ("La Sicilia", 7 gennaio 1984). Questo mentre per tutto il periodo successivo alla morte dell'intellettuale catanese non si fa che descriverlo - rispettando la classica strategia della delegittimazione della vittima - come un Don Chisciotte, un drammaturgo, un poeta che niente aveva capito della mafia, che della mafia e della borghesia mafiosa non faceva che costruire orditi favolistici, e che è stato ucciso in virtù di chissà quale mandato.
Questo è il modello informativo che oggi rimane vivo in Sicilia. Un modello reiterato e alla base dell'odierno cartello oligopolistico dell'informazione siciliana, che rimane lontana dal quel pluralismo esterno, riferito cioè al mercato, auspicato più volte dalla Corte Costituzionale in difesa del diritto all'informazione dei cittadini, profilo passivo dell'istituto garantito dall'art. 21 della Costituzione italiana. Questa è ancora la dimostrazione che l'attuale silenzio sulla mafia dei giornali siciliani sia in qualche modo la naturale conseguenza di decenni di piena accettazione delle logiche omertose, mistificatrici e sicilianiste della cultura mafiosa. In piena sintonia con accordi societari e interessi imprenditoriali di editori che - per dirla con Missiroli - continuano a fare dei loro giornali "voci passive di bilanci ben altrimenti attivi".

Esiste tuttavia un'altra storia che deve essere raccontata, una storia che, di contrappasso, fa di un'altra stampa siciliana la scuola di un grande giornalismo antimafia e d'inchiesta, ricco di esempi e di manifestazioni, caduto nella quotidiana lotta al sistema mafioso, e che oggi ha ancora molto da dire. È la storia di un giornalismo militante che, consapevole della sua responsabilità, ha un solo scopo politico e sociale: sovvertire il sistema mafioso a partire da un cambiamento culturale, avendo come obiettivo la trasformazione del popolo in cittadinanza e l'emancipazione dalle vischiose dinamiche politiche ed economiche dell'isola. Una rivoluzione borghese, o almeno il segno della sua possibilità.
Il 21 aprile del 1900 si inaugura la più importante stagione di questo metodo. È "L'Ora", voluto e finanziato dalla famiglia Florio, le cui fortune imprenditoriali avevano avuto rilevanza nazionale. Ne affidano la direzione al calabrese Vincenzo Morello, che nel primo editoriale scriverà di "queste ardenti regioni che aspettano giustizia come si aspetta la pioggia dopo la siccità e il buon raccolto dopo la carestia. A propiziare quella giustizia noi lo consacriamo da oggi, questo giornale, che ci proponiamo di rendere vivo e lucente, come gli antichi artefici una spada, e lo affidiamo al pubblico perché se ne serva con noi, nell'offesa e nella difesa, per le sue ragioni e il suo diritto" ("L'Ora", 21 aprile 1900). È il primo editoriale del quotidiano pomeridiano di Palermo che, rispettando la dichiarazione d'intenti, da subito si fa difensore delle classi subalterne, diventando principale veicolo delle istanze delle lotte contadine, brodo di coltura e di cultura del movimento antimafia. Il giornale nel dopoguerra vede passare il controllo della proprietà ad una società del Pci, rappresentata dall'editore Terenzi. Mantiene col partito un rapporto di coerenza ideologica, ovvio, ma tuttavia equidistante, con un tale carattere che spesso è proprio il giornale a dettare la linea e l'agenda politica al partito. Vittorio Nisticò, per anni alla cronaca politica di "Paese Sera", ne è direttore dal 1954 al 1975. Scrive nel suo libro di memorie: "Già all'indomani del mio arrivo più di un dirigente locale si presentava in redazione con l'aria del padroncino di casa […]. Non ebbi altra scelta che invitarli ad andarsene. Fu il primo paletto; l'altro fu di stabilire il divieto di cellule all'interno del giornale e, per i redattori, di assumere incarichi di pubblica militanza politica" (Nisticò, 2001).
Si sperimentano linguaggi e metodologie di inchiesta: lavoro d'èquipe, autonomia dei redattori, investigazione. Sempre più spesso è dalla pagine de "L'Ora" che magistrati e forze dell'ordine prendono le informazioni per le loro indagini, mentre la vocazione antimafia si fa più insistente proprio in conseguenza all'attentato del '58. È il primo giornale che sottolinea le responsabilità della zona grigia, di quella classe borghese e politica, che faceva affari e garantiva impunità al potere delle cosche in cambio di enormi percentuali di consenso elettorale. Un frame, una chiave di lettura del fenomeno che oggi sembra scontata, ma che in quegli anni scatena in reazione le armi del sistema. Oltre duecento accuse tra diffamazione, calunnia, turbamento dell'ordine pubblico colpiscono il quotidiano negli anni della gestione Nisticò. Tanto che il gerente cambia continuamente per evitargli il carcere. La denuncia di uno sfruttamento di minori, presso una miniera, costa a Etrio Fidora l'interdizione per un anno dalla professione. Non solo: "L'Ora" è il giornale che più ha pagato, in vite umane, il prezzo della sua lotta con tre cronisti uccisi.

Il 22 settembre del 1970, a quattro giorni dal rapimento di Mauro De Mauro, è al suo pubblico, ai "concittadini elettori", che si rivolge il quotidiano perché li aiuti nelle ricerche del giornalista, confidando in quella società civile antimafia che da sempre è stata il suo naturale bacino di fruizione. Nove colonne: "Aiutateci". Il pezzo che vuole essere un manifesto alla causa dell'emancipazione socio-culturale dei siciliani, recita: "Non bastano i messaggi ufficiali di solidarietà e le parole di circostanza, noi chiediamo a questa Sicilia, che non può essere ammutolita nella sfiducia, né vinta dai non astratti timori, di dare segno di una presenza civile… Domandiamoci tutti quanti: verso quale forma di convivenza civile decadrebbe una società dove fosse spento del tutto il senso o il coraggio civile? No, così non deve essere. E vi chiediamo concittadini elettori che potete aiutarci di mettervi in comunicazione con noi" ("L'Ora", 22 settembre 1970).
Proprio Mauro De Mauro rimane uno dei più importanti maestri dell'investigazione, uno dei più prolifici e attenti giornalisti dei gruppi di inchiesta de "L'Ora". Firma con Felice Chilanti il "Rapporto sulla Mafia" del 1963. Del 1967 è invece "Tutti gli uomini della droga": un'inchiesta che per le rivelazioni contenute e per l'impianto investigativo resta un classico del giornalismo italiano. Scrive di cronaca giudiziaria, di nera, di società; nell'ultimo periodo è messo allo sport per rilanciarne le pagine abbandonate dai vecchi cronisti. Il valore aggiunto del suo lavoro è il rapporto diretto con le fonti: magistrati, carabinieri, ma anche fonti non istituzionali. Non fa distinzione: tutto serve al continuo processo di verifica cui sottopone ogni caso. Sui motivi della sua scomparsa le piste più battute sono state quella relativa al traffico di droga, e quella riguardante il lavoro, commissionatogli dal regista Francesco Rosi, di ricostruzione degli ultimi giorni di Enrico Mattei in Sicilia. Dall'aeroporto di Catania era partito l'aereo del presidente dell'ENI esploso nei cieli di Bascapè (PV) il 27 ottobre del 1967. E solo del 2005 è la sentenza del tribunale di Palermo secondo la quale la "lupara bianca" di De Mauro è stata commissionata dai Corleonesi, per via delle sue conoscenze relative al fallito golpe Borghese. In Sicilia, infatti, Cosa Nostra avrebbe dovuto fornire un solido sostegno al colpo di stato dell'ex comandante della X-Mas, movimento nel quale il giornalista aveva militato in gioventù.

E ancora delle "trame nere" del sud-est siciliano in accordo con Cosa Nostra si occupava Giovanni Spampinato, ucciso a ventisei anni, nell'ottobre del 1972, da Roberto Camprìa, figlio di un alto magistrato e vicino agli ambienti neo-fascisti. Oltre ad essere corrispondente da Ragusa del giornale palermitano, Spampinato fondò "L'Opposizione di sinistra", un quindicinale che nelle sue intenzioni nasceva come "strumento di informazione, o di controinformazione, indispensabile dato l'assoluto, incontrastato monopolio a livello locale della stampa borghese mistificatrice, asservita a precisi interessi di classe e di gruppi di potere" ("L'Opposizione di Sinistra", 1969). Anche per lui la lotta alla mafia passava, oltre che da una ridefinizione degli assetti politici, da un profondo cambiamento culturale dell'isola. Solo i titoli di alcune inchieste danno l'idea per l'interesse nei confronti del costume e della società siciliana: "Il difficile viaggio di una presa di coscienza" e "Per le belle di Ragusa com'è difficile farsi un ragazzo", e ancora "La situazione demografica e sociale della provincia di Ragusa".
Il modello advocacy, come strumento di "moralizzazione" della politica e di "rinnovamento" della società, ritorna chiaramente nel primo editoriale di "Prospettive Siciliane", periodico fondato da Cosimo Cristina, altro corrispondente de "L'Ora", primo dei giornalisti uccisi dalla mafia (a 25 anni, il 4 maggio del 1960). Un editoriale che rivendica indipendenza e obiettività quali strumenti necessari del giornalismo: "Con spirito di assoluta obiettività, in piena indipendenza da partiti e uomini politici, ci proponiamo di trattare e discutere tutti i problemi interessanti la nostra Isola, avendo come nostro motto: "Senza peli sulla lingua". E poiché riteniamo che premessa indispensabile per ogni opera di rinnovamento sia la moralizzazione, denunzieremo quindi ogni violazione ai principi di onestà amministrativa e politica, sicuri anche in questo di interpretare i sentimenti e le aspettative di un popolo di antica saggezza" ("Prospettive siciliane", 25 dicembre 1959).

Tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, il cambiamento investe anche un giornale ingessato su posizioni filogovernative e conservatrici, come era stato da sempre il "Giornale di Sicilia", avviene un cambiamento, dovuto probabilmente alla concorrenza del giornale di Nisticò. È dovuto anche, verosimilmente, ad un'effettiva spinta sociale di modernizzazione: la vittoria dei "no" al referendum abrogativo del 1974, ma anche il successo elettorale del Pci nel 1975, hanno echi profondi anche in Sicilia. È dovuto infine al passo indietro della proprietà, che rinuncia alla direzione - nella persona di Girolamo Ardizzone - per affidarla a Delio Mariotti. "Fu chiaro fin dal primo minuto che il "Giornale di Sicilia" avrebbe abbandonato le posizioni moderate per assumere un ruolo più moderno. […] Argomenti come la mafia e il divorzio, un tempo completamente ignorati, cominciarono ad essere affrontati apertamente e su posizioni di sinistra. Sul piano locale furono lanciate alcune campagne sulla sporcizia, sullo stato delle strade, sul cattivo funzionamento degli uffici comunali, sul clientelismo che domina la vita locale, anche questi temi del tutto inediti per il giornale degli Ardizzone. Il giornale, inoltre, da "specchio" che si vantava di essere delle attività di tutte le categorie cittadine, di cui pubblicava invariabilmente i comunicati, divenne "selezionatore" e rifiutò di difendere gli uomini di governo ogni qual volta venivano attaccati dai giornali di opposizione (come aveva sempre fatto in passato)" (Berti, 1966). Tale trasformazione si riflette per forza di cose sul modo di trattare la mafia: viene fuori un certosino lavoro d'inchiesta, che spesso cerca di svelare gli interessi economici e le alleanze politiche. Anche rispetto al costume si fa strada un radicale mutamento: le prese di posizione contro il delitto Furnari , e la difesa di Franca Viola, una ragazza di Alcamo che rifiutò le nozze riparatrici, sono indici di un processo di modernizzazione importante rispetto ad importanti tabù della cultura siciliana.

In questo contesto si sviluppa l'opera di Mario Francese, laborioso cronista giudiziario del "Giornale di Sicilia", ucciso da Leoluca Bagarella nel gennaio del 1979. "Non stare seduto al tavolo dei giornalisti - scriveva - mescolati nella folla dietro le transenne, di ogni imputato saprai molto di più sentendo le reazioni delle loro donne, delle madri, dei parenti". Francese è il maggior interprete del bisogno che una città come Palermo ha di essere raccontata. Segue i grossi fatti: dalla strage di viale Lazio alla morte del colonnello Russo; ma, attento com'è alla dimensione sociale della professione, non manca di denunciare i mostri giudiziari, come il caso di un'attesa di giudizio in carcere più lunga della pena che l'imputato avrebbe dovuto scontare se colpevole , oppure l'arresto di un bambino di strada che ruba quattro bottiglie di birra .
È un campione del metodo induttivo. La vicinanza con la città, la frequentazione dei quartieri popolari permettono al giornalista di costruirsi una fitta rete di informatori che lo aiuteranno, insieme al ragionamento e all'analisi, a capire perfettamente quali erano gli interessi economici della mafia degli anni Settanta, e di comprendere verso quale direzione il potere mafioso si stava muovendo. Cose che andavano di pari passo. L'affare veniva dalla speculazione (in centinaia di miliardi) sull'indotto dei lavori per la costruzione della diga di Garcia, nel Belice terremotato; la famiglia che da lì a poco sarebbe stata protagonista del nuovo corso era quella dei Corleonesi. È il primo a capire la trasformazione imprenditoriale di Cosa Nostra. È il primo a pubblicare il nome di Totò Riina accostato alla sigla della sua impresa, la RI.SA, impegnata nel Belice. È l'unico a intervistarne la futura moglie, Ninetta Bagarella, sorella di quello che sarebbe stato il suo killer.

Francese si occupò anche del caso di un militante extraparlamentare la cui morte era stata raccontata, dagli inquirenti e dai giornali, come il suicidio di un terrorista, ucciso sulla sua stessa bomba, deflagrata la notte fra l'8 e il 9 maggio del 1978 nei binari ferroviari tra Cinisi e Terrasini, in provincia di Palermo. Intervistò la madre e il fratello, e rese la loro verità: che Peppino Impastato era stato ucciso per mandato di quel boss che era l'oggetto della mordente satira di "Onda Pazza", trasmissione "satirico-schizo-politica" di Radio Aut, radio politica di controinformazione. Quello che Impastato fa, tra la fine dei Sessanta e per tutti i Settanta, non è solo controinformazione. La radio, certo, come "Idea Socialista", giornale da lui fondato, sono il migliore contributo siciliano in tal senso, ma tutto l'impegno di Peppino ha lo scopo di rendere alla comunità dei giovani di Cinisi e dintorni, la rivoluzione che ha vissuto in primo luogo all'interno della sua famiglia. Lo zio materno era stato il vecchio boss di Cinisi, e il padre era molto vicino a Tano Badalamenti, il capomafia che ne ordinò la morte. Le lotte del Pci, le istanze studentesche del '68, le ipotesi ideologiche di Autonomia Operaia e Lotta Continua, nel contesto della provincia siciliana, finiscono per prendere un unico significato: l'affrancamento dalla cultura mafiosa. Tutti i suoi sforzi convergono in questo disegno: il circolo Che Guevara da cui prende vita "L'Idea", il circolo Musica e Cultura, dalla cui esperienza nasce Radio Aut; l'esigenza di creare tra i suoi coetanei un sentimento di appartenenza nuovo, che non sia quello della famiglia mafiosa, e di esprimere questo senso attraverso i mezzi di comunicazione. Mancare di rispetto pubblicamente al padre e al capomafia è rivoluzione, lo scardinamento di un valore della cultura tradizionale siciliana così vicina a quella mafiosa. Impastato - la cui storia è stata raccontata nel 2000 dal film "I Cento passi" di Marco Tullio Giordana - è il grande attore di questa rivoluzione, che passa attraverso il suo modo di essere giornalista.

Solo dieci anni dopo, un altro importante interprete del movimento di controinformazione, tra i fondatori di "Lotta Continua", scriverà queste righe a Renato Curcio: "Ho cominciato a mandare le telecamere tra la gente, farla parlare, ho fatto un gran casino sull'acqua (che manca ed è inquinata), sulla monnezza (città sporche, i traffici loschi della nettezza urbana), sulle case popolari, sulle scuole antigieniche e carenti, sui palazzi di giustizia lasciati deserti dai sostituti procuratori, soprattutto sulla sanità pubblica. Ho scelto di non fare televisione seduto dietro a una scrivania, ma in mezzo alla gente, con un microfono in pugno mentre i fatti succedono. Sociologicamente si chiama "primato dell'esistenza sul teorico": è già questo a Trapani è profondamente antimafioso" . È Mauro Rostagno, ucciso in circostanze ancora misteriose alle porte di Trapani, il 26 settembre del 1988. Dopo la facoltà di Sociologia a Trento, i vissuti al Macondo di Milano, l'esperienza in India, Rostagno sceglie di stare in Sicilia, a Trapani, punto di approdo per il traffico di armi, terra di confine abituata ai traffici illeciti di Cosa Nostra. È l'animatore di un centro di recupero dalla tossicodipendenza, e conduttore di un telegiornale a RTC, giovane emittente locale. La sua informazione la definisce "localistica", tra la gente, a raccontare i suoi disagi, aiutato anche dai ragazzi usciti dalla tossicomania. Una continua indagine sociologica, il cui oggetto di studio e i destinatari finali rimangono ancora i siciliani.

Di televisione e radio si era occupato anche Beppe Alfano, ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto (ME) l'8 gennaio del 1993. "Filo diretto", la sua trasmissione a Telenews - dell'editore Antonio Mazza, ucciso pochi mesi dopo la morte di Alfano - era un format basato sugli interventi telefonici degli ascoltatori in studio, cui gli amministratori erano chiamati a rispondere. La trasmissione venne presto disertata dai politici. La morte di Alfano si inserisce in un contesto di enorme densità mafiosa. Barcellona, bacino elettorale del vecchio Dc Carmelo Santalco e più recentemente di Domenico Nania (An), è sempre stata l'avamposto di Cosa Nostra palermitana nel Messinese. Gli anni Ottanta sono contrassegnati da una sanguinosa guerra di mafia tra la famiglia vicina a Santapaola e il clan che rivendica l'assegnazione degli appalti per la costruzione della linea ferrata, della stazione FS di Milazzo e dell'autostrada Palermo-Messina, già assegnati alla ditta dei fratelli Costanzo, notoriamente vicina al boss di Catania. Alfano è professore alle medie, e militante nelle file del Msi. La disillusione per la politica viene presto, quando nel 1985, il capomafia Gullotti viene inserito nelle liste del suo partito per le amministrative. Ecco che il suo senso civico, il rispetto per le istituzioni e per la legalità, trasformano il politico in un investigatore, seguito da un pubblico consapevole dei meccanismi mafiosi, che si chiede fin dove si spinge la sua lotta personale. L'assassinio di Pino Chiofalo, boss rivale di Nino Gullotti, dà il via alla sua collaborazione nella cronaca messinese de "La Sicilia". L'istruttoria sulla sua morte rimane offuscata da anni di depistaggi. Sembra che sia dovuta ai suoi approfondimenti sull'Aias di Milazzo, associazione di assistenza sociale trasformata in ente lucroso per il riciclaggio di denaro sporco, ma non si esclude che vada inserita nel contesto della strategia stragista dei primi anni Novanta. Barcellona Pozzo di Gotto ha avuto un ruolo determinante infatti in quello che da più parti è definito il braccio di ferro tra Cosa Nostra e lo Stato alla ricerca di nuovi referenti politici nazionali che garantissero quell'impunità, presso la magistratura, che la vecchia classe politica non era più capace di offrire.
L'informazione e l'approfondimento sul sistema mafioso come veicolo di civiltà e di democrazia per i siciliani, prende esplicitamente corpo a Catania nei primi anni Ottanta. Mentre, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, la città si difendeva col Comitato, e "La Sicilia" dà il via alla campagna sicilianista, proprio sulla scia dell'impatto mediatico nazionale scatenato dalla morte di Dalla Chiesa, un intellettuale di fama, voce importante del giornalismo siciliano, reduce dalla lotte del "Giornale del Sud", decideva di fondare un mensile che raccontasse la mafia e la Sicilia ad un pubblico locale e nazionale.

Saranno "I Siciliani", un nome che, in quel contesto, sul piano dei simboli, era già una provocazione straordinaria, che permane ancora oggi, alla luce del vizio sicilianista ancora vivo in certa classe dirigente. "I Siciliani" nasce in un momento in cui l'intera Nazione avverte il bisogno di sentirsi raccontare il disagio del Mezzogiorno. Giuseppe Fava interpreta questa urgenza e confeziona un giornale il cui senso di notiziabilità ripercorre la metafora della Sicilia di Sciascia: la Sicilia come laboratorio politico-culturale dell'intera nazione. Tutti gli aspetti, le vicende, gli spunti di analisi, di racconto, di inchiesta che erano siciliani per caso, ma che facevano della Sicilia un traslato più compiuto di ciò che era il Mezzogiorno e l'Italia in quel periodo, erano materia prima del periodico. Per questo motivo vari erano i filoni d'inchiesta: il sistema mafioso, sì, con tutto ciò che comporta: la collusione dei "quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa" - come vengono chiamati da Pippo Fava gli imprenditori edili Carmelo Costanzo, Gaetano Graci, Mario Rendo e Francesco Finocchiaro -, la corruzione della classe politica e del palazzo di giustizia, il panorama editoriale; ma anche approfondimenti socio-letterari come il machismo brancatiano, e ancora il buon mangiare, il teatro, l'emigrazione, gli impianti missilistici di Comiso. Tutto ciò che contribuiva a spiegare che cosa fosse la cultura e l'emergenza siciliana e il suo necessario rapporto con i motivi antropologici e socio-politici della mafia. Si legge nell'editoriale di apertura: ""I Siciliani" vengono avanti nel grande spazio della informazione e della cultura nel momento preciso in cui il problema del Meridione è diventato storicamente il problema dell'intera Nazione. Lo spaventoso lampo di violenza, che uno dopo l'altra, ha reciso la vita di uomini al vertice della società, ha drammaticamente rappresentato e spiegato la dimensione della mafia e della sua immane potenza. E dietro la mafia, quel lampo sanguinoso ha fatto intravedere altri problemi immensi che per decenni sono stati considerati solamente tragedie meridionali […] e che invece appartengono a tutta gli italiani […]. Tutto quello che accade a Milano, Roma, Venezia, Torino, nel bene e nel male, appartiene anche ai meridionali, ai siciliani. Quello che accade nel Meridione e in Sicilia, il bene e il male, la paura, il dolore, la povertà, la violenza, la bellezza, la cultura, la speranza, i sogni, appartiene a tutta la Nazione" ("I Siciliani", dicembre 1982).
È freddato davanti ad un teatro, Pippo Fava, lo stesso teatro che un mese prima della morte aveva ospitato la sua "Ultima Violenza", un dramma che consegnava alla finzione del palcoscenico la stessa società - fatta di onorevoli, magistrati, cavalieri del lavoro - che era venuto ad applaudirlo. Giornalista, drammaturgo, romanziere, pittore.
Ogni sua produzione è pregna degli stessi motivi: raccontare i siciliani assumendosi la responsabilità e l'impegno di esserlo, piuttosto che difenderne la terra, il sole e il mare. Un imperativo culturale impugnato da ogni giornalista che ha creduto nella maturità del popolo siciliano.
Un imperativo restituito dal solo titolo di quel mensile catanese: "I Siciliani", contrapposto ad un più 'istituzionale' "La Sicilia". Un titolo che è già un manifesto di democrazia e partecipazione, ma che comunica soprattutto l'obbiettivo di indagare a fondo nelle abitudini degli isolani, mettendoli allo specchio.

Roberto S. Rossi
robbirossi@gmail.com
Da PROBLEMI DELL'INFORMAZIONE
Anno XXX, n. 4, dicembre 2005

 

Riferimenti Bibliografici

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