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L'OPINIONE
Santa Rosalia e la critica del potere
di Rosario Giuè
Sul piano storico della vita di Santa Rosalia si hanno poche notizie.
Un episodio che la tradizione narra in modo costante e che è
tra i più noti nella pietà popolare riguarda la sua
scelta di ritirarsi sul Monte Pellegrino. Allora doveva essere un
luogo lontano dalla città in una campagna ancora incontaminata.
Non si hanno notizie delle motivazioni che portarono Rosalia in
quel luogo deserto. Niente ha lasciato scritto la Santa, né
al riguardo si hanno altre specifiche testimonianze. Tuttavia gli
agiografi hanno generalmente preferito leggere la scelta del Monte
principalmente in chiave ascetica. Si è accreditata la tradizione,
che si è consolidata con la predicazione, secondo la quale
sull'esempio degli antichi anacoreti la Santa si sarebbe ritirata
sul Monte Pellegrino per allontanarsi dalle distrazioni e dai piaceri
del mondo. Così Santa Rosalia generalmente è stata
additata come un esempio per la propria edificazione interiore e
per la salvezza individuale senza riferimento alla realtà
storica e sociale, con l'eccezione dell'episodio della peste. Nel
tempo la Patrona palermitana è stata proposta come un esempio
di libertà dal peccato personale ma separato dal richiamo
ai sistemi di peccato strutturali che producono esclusioni e morte.
Si è rinchiusa la "Santuzza" dentro una campana
di vetro di purezza celestiale senza disturbare le dinamiche e le
responsabilità dell'agire pubblico e istituzionale.
Possiamo, però, fare un'altra ipotesi interpretativa della
scelta di Rosalia di ritirarsi sul Monte Pellegrino. Il deserto
non è tanto una categoria geografica, quanto il luogo simbolico
del ricominciare da capo. Ripartire dal deserto non è necessariamente
una fuga religiosa dal mondo. Dal deserto si può guardare
la città per fare spazio dentro di sé alla profezia
e all'impegno di liberazione. Può darsi che Rosalia abbia
sperimentato che nel "palazzo" spesso non si ha speranza
di ricominciare da capo e che anzi si ha solo voglia di conservare
l'esistente. Può darsi che nel deserto del Monte la giovane
Rosalia sia riuscita a vedere meglio come il Vangelo sia stato addomesticato
dentro i ruoli sociali, le relazioni e le lotte di potere e come
spesso Dio sia usato come uno scudo contro l'altro diverso da te.
E' un'ipotesi ragionevole se si considera che Santa Rosalia visse
nel XII secolo, nel periodo normanno, più o meno nell'arco
temporale tra la seconda e la terza crociata, al tempo di lotte
aspre e sanguinose nelle quali erano coinvolti anche i papi i regnanti
dell'epoca. Perciò la scelta di Rosalia di salire sul Monte,
di fare deserto, può essere letta bene come un gesto critico-profetico
sull'uso del potere e sul rapporto tra potere e religione. In tale
scelta si può cogliere un mite tentativo di smascheramento
della menzogna che tante volte si nasconde dietro le apparenze.
A partire da questo gesto critico-profetico oggi Santa Rosalia potrebbe
essere indicata, quindi, come un esempio di donna libera e consapevole
di fronte al potere, del quale, senza demonizzarlo ingenuamente,
denuncia l'abuso. Una Santa da proporre come rispettosa della discrezione
di Dio e del suo stare sulla soglia. Probabilmente, però,
questa prospettiva di spiritualità farebbe amare di meno
la Santa in taluni ambienti.
Ci piace, anche, pensare che se fosse vissuta nella nostra epoca
Santa Rosalia avrebbe potuto fare proprie le parole di un altro
santo uomo, un santo dei nostri tempi, Dietrich Bohnoeffer, un pastore
luterano, giustiziato dal regime nazista in Germania nel 1944. Egli
scrive dal deserto coatto del carcere: "Essere cristiani non
significa essere religioso (
), significa essere uomini".
E ancora: "Non è l'atto religioso a fare il cristiano,
ma il prendere parte alla vita di Dio nel mondo". "L'uomo
è chiamato a condividere la sofferenza di Dio soffrendo in
rapporto al mondo senza Dio. Deve perciò vivere effettivamente
nel mondo senza Dio, e non deve tentare di occultare, di trasfigurare
religiosamente, in qualche modo, tale esser senza Dio del mondo"
(Tegel, 18 luglio 1944). Bohnoeffer richiama così la radicale
laicità dell'agire umano e politico anche se sul piano strettamente
personale si è spinti al servizio della città da una
forte fiducia in Dio. Egli dice che si può condividere la
sofferenza di Dio nel mondo come se Dio non ci fosse, pur credendo
che possa esserci compagno di viaggio. La politica, così
come l'esercizio di qualunque forma di potere, è un attività
umana, quindi laica, sia nei suoi successi che nei suoi fallimenti.
Il comandamento "Non nominare il nome di Dio invano" non
è un mettere in guardia dall'uso improprio del nome di Dio
e dei santi e dall'attentare all'autonomia di ciò che è
soltanto terreno? Eppure è ricorrente ancora oggi la tentazione
di cercare una pubblica legittimazione religiosa del proprio operato
pur sapendo che le persone semplici, specialmente al Sud, non raramente
tendono a sacralizzare tutto ciò che viene avvolto di religiosità.
Ma nell'involucro sacrale, nella ricerca di scudi sacri, non vi
è Dio. Dio è dalla parte delle vittime e aspetta solo
che si condivida con lui la loro sofferenza.
15.7.2003
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