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L'OPINIONE
La legge sulla famiglia
Il prezzo da pagare
di Rosario Giuè
Mentre si rimane colpiti dal fatto che "negli ultimi 12 mesi"
il 67% degli italiani non avrebbe mai letto il Vangelo e il 6,8%
solo una volta (indagine Eurisko per conto di Repubblica pubblicata
domenica sulle pagine nazionali), in Sicilia, dopo avere istituito
l'assessorato "della famiglia", viene presentata la proposta
di legge regionale "per la tutela e la valorizzazione della
famiglia" fondata sul matrimonio, probabilmente anche pensando
di fare così cosa gradita alla Chiesa siciliana. Alla base
di questi provvedimenti, al di là del merito nella risposta
a problemi reali, vi è l'intento ideologico-culturale di
riaffermare un'identità: la fedeltà ad un'idea di
cristianesimo che sta scomparendo e che non si vuole che scompaia.
Ci si illude di utilizzare gli strumenti legislativi per fermare
anche per questa via la secolarizzazione e cercare il più
possibile di far rivivere la "cristianità" intesa
come identità tra società e religione. In questo disegno
culturale sul piano delle scelte politiche la famiglia viene vista
come un ammortizzatore sociale in sostituzione dei servizi alla
persona. Da qui gli incentivi alle coppie che "intendano contrarre
matrimonio entro un anno" o che lo abbiano contratto nei tre
anni precedenti". Si tratta di scelte che, se proposte dalla
maggioranza, trovano consensi anche tra esponenti cattolici che
non vogliono essere da meno nell'affermare un'identità.
C'è da chiedersi se, in una società sempre più
complessa, articolata e frammentata, non sia più urgente
il mettere al centro piuttosto la persona umana, al di là
del fatto che essa sia o meno inserita all'interno di una famiglia.
Non si insiste sempre e in ogni occasione giustamente sulla centralità
della persona? Lo stesso concetto di famiglia è da tempo
in evoluzione ed evolverà ancora in forme che sfuggono alla
nostra codificazione, mentre la persona rimane sempre lì
con il suo carico di problemi, indipendentemente dalle scelte ideologiche
o religiose. Tante persone sono sole, vivono da sole, si appoggiano
a qualcuno o ne sono accompagnate a motivo di circostanze che nulla
hanno a che fare con questioni ideologiche. D'altra parte se il
cristianesimo è identificabile come la "religione dell'amore",
questo amore non può essere interpretato in modo escludente
quando si tratta di tradurlo in diritti ed opportunità.
Sono le persone, inserite o meno in una famiglia, che, come recita
la proposta di legge, vorrebbero venissero "rimossi gli ostacoli
di carattere abitativo, lavorativo o economico" che ne rendano
difficoltosa una vita umana dignitosa. Sono le persone in quanto
tali ad auspicare che siano rimosse tutte quelle "situazioni
che incidono negativamente sull'equilibrio psicofisico di ciascun
soggetto". Sono esse che vogliono che sia riconosciuto "il
lavoro domestico e di cura, in quanto attività essenziale
per la vita della famiglia e per il contesto sociale di riferimento".
Nello stesso disegno di legge, quando lodevolmente si afferma di
voler promuovere attività di tutela "delle vittime di
violenza sessuale, nonché dei minori abusati o deviati",
non si fa alcun riferimento solo a membri di una famiglia, ma a
soggetti in quanto persone umane.
In una società in cambiamento compito dei cristiani non è
quello di mettere il freno a mano, ma quello di accompagnare il
cambiamento. D'altra parte, anche a volerlo, non si può fermare
l'avanzamento di una società sempre più pluralista.
Né si può sperare che le persone facciano le loro
scelte di vita a nostra immagine e a nostra somiglianza. Serve uno
sforzo di ascolto della ricerca di senso che vi è in tante
vite. Interrogarsi ed aprirsi alla istanze che salgono dalla vita
reale delle persone è quello che può di più
costruire ponti. E' nell'aprirsi al rispetto degli altri che vi
è uno spazio libero e sereno anche per testimoniare, e non
imporre, un proprio modello di vita e di famiglia.
In un Paese dove il Vangelo è così poco al centro,
gli strumenti legislativi non servono per la missionarietà.
Anzi, a medio e lungo termine, potrebbero rivelarsi un errore. Anche
se questi provvedimenti fossero approvati così come sono,
senza modifiche significative, non saranno essi a fermare la vita
della persone che, se credenti, hanno per fortuna sempre più
una fede personale adulta. Non è con strumenti legislativi,
propri di un tempo di "cristianità", che si fermerà
l'esodo dalla Chiesa da parte di chi si vede costretto dalla vita
ad allontanarsi dai tradizionali modelli di vita. Semmai questi
provvedimenti rischiano di aumentare il fossato che già esiste
tra fede e cultura, tra Chiesa e mondo moderno, tra morale e coscienza.
Infine è il caso di chiedersi che costo ha tutto ciò
in termini di autocensura nella libertà di critica.
1.7.2003
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