L'OPINIONE
Le costituzioni e le mode

Rosario Giuè*

Dopo il ventennio fascista, la Resistenza e la fine della seconda guerra mondiale, nel pieno della guerra fredda, i padri costituenti italiani si trovarono nella inedita situazione di dover scrivere la Costituzione dello Stato repubblicano. Nell'Assemblea che aveva questo gravoso compito erano presenti numerosi e stimati cattolici come Alcide Gasperi e Giuseppe Lazzati. Era il tempo di Pio XII, un tempo nel quale vi era una forte concezione ubbidienziale nei confronti delle direttive ecclesiastiche anche quando esse straripavano oltre il ministero di confermare i fratelli nella fede e nella carità. C'era allora la tendenza a dilatare la sfera dell'azione della gerarchia cattolica, fino ad entrare anche nel campo socio-politico quando si riteneva che esso potesse avere, anche indirettamente, un influsso sul piano religioso. In questo difficile contesto, tra i cattolici prevalse la linea di resistere alle pressioni della gerarchia e di fare dell'Italia un paese laico e aconfessionale. Si resistette all'idea di fare dell'Italia uno Stato cattolico sul piano istituzionale ma spaccato nella società. Su questo terreno tra i cattolici di sincera e robusta fede, come ricorda uno storico, il gesuita Giacomo Martina ("La Chiesa in Italia tra fede e storia"), valse molto l'impegno di Alcide De Gasperi. Il testo costituzionale che venne fuori alla fine del '47, frutto certamente di compromessi, voleva rappresentare un patto tra diversi per essere la pietra angolare sulla quale edificare il futuro del Paese. La Costituzione italiana si presentava, e si presenta, come la valorizzazione nell'unità di apporti diversi: cattolici, liberali, socialisti. I cattolici rinunciavano ad ogni riferimento esplicito al cattolicesimo nel testo costituzionale. Ma così facendo non rinunciavano ai valori cristiani. Solo credevano che essi andavano inseriti e testimoniati attraverso la mediazione storica e comunque facendone terreno di incontro e di crescita con il mondo laico e non di scontro; mettendo al centro non la dimensione ideologica dei processi storici ma ciò che serviva per la crescita comune. Sui diritti della maggioranza cattolica si preferì far prevalere i diritti del pluralismo culturale e della libertà e dei diritti di tutti.
A distanza di cinquant'anni, in occasione dell'elaborazione del Trattato costituzionale dell'Unione Europea si è discusso dell'opportunità o meno di inserire esplicitamente in esso il riferimento alla cultura e ai valori cristiani come fondativi dell'identità europea. Su questo punto vi è stato un dibattito ampio, serio e serrato ma sostanzialmente sereno. Sta di fatto che nella bozza di Trattato costituzionale consegnata dalla Convenzione per la Costituente dell'Unione Europea ai capi di Stato e di governo si parla di religione ma senza alcun esplicito riferimento al cristianesimo. Si afferma "il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione"; si afferma il diritto di manifestare la religione "individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l'insegnamento, le pratiche e l'osservanza dei riti". Si vietano le discriminazioni religiose. Si riconoscono le attuali relazioni tra confessioni e stati e lo "status previsto nelle legislazioni nazionali per le Chiese e le associazioni o le comunità religiose degli stati membri". Si richiama la necessità di mantenere "un dialogo aperto, trasparente e regolare con tali Chiese e organizzazioni, riconoscendone l'identità e il loro contributo specifico". Ma non si arriva a mettere nel preambolo, come con insistenza è stato chiesto da autorevoli esponenti cattolici, il riconoscimento del contributo del cristianesimo nell'Europa. Nel preambolo si dichiara che l'Unione Europea s'ispira "alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell'Europa", operando così una scelta pluralista ed inclusiva di tutti i contributi. Questa formulazione della bozza ci appare equilibrata, perché tiene conto delle giuste e ragionevoli richieste delle organizzazioni religiose e delle chiese, senza tuttavia privilegiarne alcuna.
La discussione sull'inserimento del riferimento al cristianesimo nel Trattato costituzionale europeo è arrivato, di rimbalzo, in Sicilia. Ma qui, senza nessuna pubblica discussione, senza una preliminare e libera riflessione, le più alte cariche della nostra Regione hanno chiesto che nel rinnovato statuto regionale venga inserito un chiaro riferimento alla cultura e ai valori cristiani. La prima sensazione è che si rincorra una nuova moda: quella di ricercare un'identità altrimenti perduta. Non sarebbe, invece, il caso di ritornare all'esperienza e all'insegnamento di cattolici come De Gasperi e Aldo Moro nel loro modo di servire il Paese? Lo statuto non può rappresentare un passo indietro ma deve guardare al futuro. Esso dovrebbe indicare un insieme di valori capaci di unire e di rappresentare le forze sane dell'Isola. Anche perché in Sicilia non c'è nessuno che mette in discussione i valori cristiani. Occorre, semmai, sviluppare una severa riflessione e un confronto libero su come, in quanto cristiani e in quanto chiesa, si può contribuire, con coerenza evangelica, alla costruzione di una Regione moderna, tollerante, accogliente, liberata da bisogni antichi, rispettosa del territorio, dove il rapporto tra mafia e politica sia finalmente chiarito e maturo. Il resto serve a poco.
* sacerdote - teologo
27.8.03

 

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