UNO STALINISTA ROMANTICO

GIUSEPPE "PEPPE" RUSSO DA GIULIANA
(1914 - 1994)

di ANTONINO G. MARCHESE

Giuseppe Russo

 

Ci sono vite che sembrano
fatte apposta per essere raccontate
SANDRO VERONESI

Ha scritto recentemente Enzo Biagi in una nota sul "Corriere della Sera" (del 16 marzo 2003), a proposito dell'eroismo degli italiani, che di solito esso è "individuale", è "il gesto" ("Balilla che lancia il sasso, Enrico Toti la stampella"). Ma è anche vero che l'eroismo degli italiani è fatto di dura fatica e di grandi im-prese collettive, come sottolinea Aurelio Lepre nella sua Storia degli italiani nel Novecento (2003): "Gli italiani, con la minuscola, erano capaci più di lavorare du-ramente che di vincere battaglie. Persero a Lissa, a Custoza e ad Adua, ma co-struirono i grattacieli di New York, dissodarono le terre vergini dell'America lati-na e diedero all'Italia un'industria e un artigianato moderne".
Ma ancor prima di Lepre, Giuliano Procacci, nella sua Storia degli italiani (1968), aveva fatto allusione a questa sorta di "eroismo del quotidiano"del popolo italiano laddove scriveva: "I regimi politici cambiano, le mode passano, gli eroi di ieri diventano gli zimbelli di oggi; solo le fatiche e gli affetti degli uomini non mutano".
Una volta fatta tale premessa non è (forse) ingiustificato voler ricordare la figura del giulianese Giuseppe Russo detto "Peppe" (1914-1994), un "eroe del quotidiano" che ha vissuto la sua vita da "diverso", quantomeno ideologicamente (era uno "stalinista" dichiarato), in una piccola comunità rurale della Sicilia occi-dentale, quale Giuliana, ove perdura ancora la vecchia filosofia del "tirare a cam-pare", ossia di quel quietismo attendistico compendiato nel noto proverbio "nun ti ntricari e nun fari beni ca mali ti nni veni", al quale fa da pendant un altro muttu anticu quale "picca parlari e picca mangiari pocu dannu po' fari". Or se è vero che il poco mangiare non deriva certamente dal Regimen Sanitatis della Scuola Saler-nitana, bensì dalle dure necessità di vita dei contadini poveri di un tempo, è vero anche che la maggior parte dei contadini giulianesi non si è mai rassegnata ad un tale consiglio dietetico né tantomeno al secondo di essi, cioè quello del poco par-lare, in quanto anch'essi, come i contadini siciliani ricordati da Carlo Levi nel re-portage Le parole sono pietre (1955), hanno vissuto la loro epopea per la conqui-sta della terra (dai Fasci dei lavoratori di fine '800 al "biennio rosso" del primo dopoguerra e al movimento per l'occupazione delle terre incolte del secondo do-poguerra), sebbene, alla fine, tale lotta è rimasta soltanto "sognata e vinta in so-gno" secondo il giudizio di Antonio Gramsci.


Stalinista romantico o ribelle solitario? Certo è che Giuseppe "Peppe" Russo nella sua vita terrena è stato sempre alla ricerca di un "partito" (quale co-munista) e di una "chiesa" (quale cristiano). Il termine "romantico", applicato alla psicologia del proletariato, non deve stupire come puntualizza Massimo Gorkij nelle sue Lezioni di letteratura russa (1909), il quale intende, con tale termine, "un più elevato spirito combattivo del proletariato stesso, quello che deriva dalla coscienza delle proprie forze, dal sapersi interpretare come dominatore del mondo e liberatore dell'umanità".
Né tantomeno deve stupire la qualifica di "cristiano"applicata alla gran parte dei comunisti italiani del dopoguerra se, come osserva Vincenzo Noto (Da cristiani nella politica, 2001), le due fedi [quella cattolica e quella marxista] "de-stinate a non incontrarsi mai a livello teorico…, nella vita quotidiana finivano spesso con il sovrapporsi".



Nel secondo dopoguerra Giuliana era ancora un centro sottosviluppato, simile a tanti piccoli paesi rurali della Sicilia interna e, più estensivamente, a tanti villaggi dell'Italia meridionale come quello della Marsica compendiato in una no-ta opera letteraria di Ignazio Silone (Fontamara), "un po' fuori mano, tra il piano e la montagna, fuori delle vie del traffico, quindi un po' più arretrato e misero e abbandonato degli altri". Anche il referto antropologico di Giuliana, come per Fontamara, scaturisce dalla miseria e dalle sofferenze dei contadini poveri, "gli uomini che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame", come del resto i cafoni di tutti i paesi del mondo ("i fellahin i coolies i peones i mugic").
E come tutti i contadini poveri di Giuliana, Peppe Russo ha subito i sopru-si e le ingiustizie della classe dominante, quella dei proprietari terrieri (i cosiddetti "galantuomini") anche se diversamente dalla maggior parte di essi non ha mai vo-luto accettare tali soprusi alla stessa stregua degli eventi naturali quali il gelo e la siccità che immiserivano ulteriormente il già misero raccolto della terra. Egli non si è mai rassegnato alla mancanza di una giustizia terrena quando invece i suoi "antenati" invocavano quella celeste, secondo i versi dell'anonimo poeta contadi-no giulianese che a proposito dei soprusi di un "galantuomo" locale riferivano:

Don Petru Pupu va dicennu
Ca l'omu lu voli addugatu ad annu,
pi cumpanaggiu 'n'aliva a lu jornu,
lu pani cci lu duna 'nsantiannu,
lu vinu cci lu misura cu lu cornu,
diavulu, purtativillu a lu 'mpernu!

Eccolo allora in prima linea, Peppe Russo, nella lotta per la conquista della terra degli anni 1949-50, assieme ad altri compagni di "trazzera" quali Giuseppe Principato, alias Canciddaru, Tommaso Petralia alias Testagrossa, Giuseppe But-tafoco alias Cióció, Sebastiano Altamore alias Campana, e tanti altri rispetto ai quali si distingueva per il suo elaborato credo ideologico di matrice marxista-leninista nella sua più recente versione staliniana. Tali idee penetrarono nella testa di Russo durante la seconda guerra mondiale, alla quale aveva partecipato come soldato. Sul fronte dal 1940, fece parte del corpo di spedizione italiano in URSS (ARMIR), sopravvivendo miracolosamente a quella disastrosa ritirata (novembre-dicembre 1942) proprio come il protagonista de Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern.
Reduce dalla guerra, da Giuliana Peppe Russo intrecciava relazioni con i compagni di Sambuca di Sicilia, la città dell'agrigentino che andava sempre più assumendo il titolo di "piccola Mosca", e col movimento sindacale di Corleone capeggiato da Placido Rizzotto, il cui sogno fu "spezzato", per usare il titolo di un saggio di Dino Paternostro, dalla violenza mafiosa, proprio alla vigilia delle ele-zioni politiche del '48, così come la strage di Portella delle Ginestre (1o maggio 1947) avrebbe dato avvio a quella "strategia della tensione" che caratterizzerà la storia dell'Italia repubblicana.
Come scrive Francesco Renda, "Il movimento contadino italiano del do-poguerra, organicamente collegato al movimento operaio di un moderno paese in-dustriale, è un fenomeno unico nella storia sociale e politica dell'Europa contem-poranea", anche se, come osserva Aurelio Lepre, "Le occupazioni di terre non diedero vita a una letteratura e a una cinematografia sentita come propria epica dalle masse contadine italiane: è stato giustamente affermato che in Italia non c'è stato niente di paragonabile al romanzo Furore di John Steinbeck o al film omonimo di John Ford".
"Fra il 1949 e il 1950", scrive Silvio Lanaro nella sua Storia dell'Italia re-pubblicana (1992), "si susseguono in tutto il sud le sollevazioni contadine, senza però che le sorregga un disegno unitario, un'indicazione di obiettivi fra loro com-patibili e un coordinamento efficace delle diverse iniziative. L'occupazione di ter-re è la forma più consueta di rivendicazione e di protesta, ma in Calabria i contadini chiedono uno spezzettamento del latifondo, nelle zone ad agricoltura capitali-stica della Sicilia e delle Puglie una razionalizzazione delle colture che incrementi le opportunità di lavoro, nel Fucino abruzzese dei Torlonia assunzioni nelle im-prese di bonifica e riduzione del canone di affitto per i coloni".
Ma il governo De Gasperi , che stava dalla parte dei "padroni", rispose con l'intervento della polizia, "la Celere" del ministro degli Interni Mario Scelba, rag-giungendo l'episodio maggiore nella "strage di Melissa", vicino a Crotone, del 29 ottobre 1949, che registrò la morte di tre manifestanti (tra cui un minorenne ed una donna) e il ferimento di altri quindici. Anche in Sicilia, e in particolare in provincia di Palermo, ove l'occupazione avvenne a partire dal 13 novembre 1949, i cortei contadini furono attaccati dalla polizia, su ordine del prefetto Franco Vicari, la quale cercò qualsiasi pretesto per arrestare i capi. Così a Pianello, nelle Madonie, ove si registrarono gravi scontri, e a Bisacquino, nel Corleonese, ove fu gravemente ferito il bracciante Salvatore Catalano e fu arrestato il dirigente co-munista Pio La Torre. Anche a Giuliana vi furono varie denunce e due arresti, tra i quali Giuseppe "Peppe" Russo, arrestato a seguito dell'occupazione del fondo de-nominato 'u chianu 'u ruvettu, nel feudo di S. Maria del Bosco, di proprietà del barone Inglese, con l'imputazione di "sobillazione delle masse ed istigazione all'odio di classe", mentre un altro gruppo di contadini e braccianti giulianesi, die-tro la parola d'ordine "la terra a chi la lavora", che aveva tentato di occupare, nel marzo 1950, il feudo Favarotti, di proprietà della famiglia D'Alì, venne respinto dalla resistenza armata dei gabelloti. I giulianesi avevano come ispiratore il socia-lista massimalista Mariano Cicchirillo (futuro sindaco del paese), il quale venne denunciato all'autorità giudiziaria quale "sobillatore responsabile", sebbene non fosse presente personalmente all'occupazione.
L'anticlericalismo esasperato dei manifestanti si evince da un loro canto di protesta che avrebbe voluto vedere un prete affiancato ad un bue sotto il giogo dell'aratro. Tuttavia essi ebbero un loro "alleato" nel mite frate francescano P. Placido Rivilli, il quale proprio in quegli anni da Giuliana iniziava la sua avventu-ra di povero cristiano tesa a diffondere la parola del Vangelo in ogni angolo dell'isola.
Il movimento contadino di Giuliana annoverava altresì una notevole pre-senza femminile ed ebbe la sua "pasionaria" nella persona della signora Giuseppa Ganci ('a gna Pippina 'a Pacchiola), che marciava alla testa dei cortei portando la bandiera rossa.
Giuseppe "Peppe" Russo scontò alcuni giorni di carcere e poté ritrovare la libertà grazie ad una amnistia di cui poterono beneficiare numerosi contadini de-nunciati all'autorità giudiziaria a causa delle lotte per la riforma agraria, che per la provincia di Palermo furono, tra il '49 e il '53, ben 3.185, di cui 386 vennero as-solti e 2.323 processati e condannati complessivamente a 293 anni e 36 mesi di reclusione e a lire 7.543.280 di multa, secondo i dati forniti da Vincenzo Sgrò in un articolo dedicato al "Comitato di Solidarietà Democratica" di Palermo.
Ma ecco come Pio La Torre (Comunisti e movimento contadino in Sicilia, 1980, cap. VI), ricorda i "fatti di Bisacquino": "Ricordo che la mattina del 10 marzo ero a Bisacquino dove c'era uno dei punti più alti del movimento del mar-zo. Non era stato così nell'autunno, ma tutto il lavoro che noi avevamo fatto du-rante l'inverno aveva messo in moto una serie di paesi che nell'autunno non si e-rano mossi. A Bisacquino stavamo facendo quello che avevamo fatto negli altri paesi nell'autunno; c'era il feudo di S. Maria del Bosco del barone Inglese, feudo di circa duemila ettari che veniva occupato da tre comuni, dalle tre punte, Bisac-quino da una punta, Contessa Entellina dall'altra punta, Giuliana dall'altra ancora.
Io guidavo quel mattino il corteo di Bisacquino. Alla testa del corteo c'era anche la bandiera bianca con le donne democristiane, una cosa che faceva impres-sione. Il corteo era lungo quattro o cinque chilometri, c'erano cinquemila o seimi-la persone che marciavano come un esercito pacifico, ma fermo nelle intenzioni. Arrivati sul feudo con il metro del falegname si misurava il terreno, si faceva la lottizzazione (un ettaro a testa), si fissavano i limiti, e si andava avanti così per giorni e giorni".
Tuttavia nessuna descrizione storica rende più efficace l'entusiasmo per le lotte e le amarezze dei contadini giulianesi di questo brano poetico, di un'ironia corrosiva, composto da Giuseppe Ganci (un giulianese che vive a Roma) e dedica-to a Peppi Cióció "poeta dialettale giulianese" (ossia Giuseppe Buttafuoco, 1911-2002, contadino):


Peppi Cióció è il poeta del paese,
molto simpatico, gentile e cortese.
Da giovane era molto elegante
e scriveva poesie come il poeta Dante.
……………………………………..
Peppi Cióció assisteva ai vari eventi,
che succedevano ad amici e parenti.
La gente un giorno assisteva in piazza
ad un comizio di un oratore di razza.

Era mastru Masi che doveva comunicare
ai compagni qualcosa da fare.
Disse ai compagni tanto affannati:
si farà la riforma di Filippo Turati.

La terra sarà data ai contadini,
giovani, adulti, grandi e piccini.
Abbiate fede, perché con celerità
la riforma agraria si farà.

Peppi Cióció era sempre presente
ed applaudiva come tutta la gente.
Poi l'indomani lungo la via
si mise a scrivere una poesia.

Mastru Masi fici un nniscursu,
c'ammumenti ci rumpianu u mussu
e u fici cussì eloquenti,
ca u populu unni capiu nenti.

Poi finiu facennu scunquassu
cu frasi e palori di Torquatu Tassu.
I viddani ci ieru o chianu 'u rughettu,
ma ddu postu era beni protettu.

U Cavalieri Ngrisi cu i carabinieri
l'assicutaru pi gghiccalli nte galeri.
Tagliaru i rughetti e mezzu i pruna
crisceru sparaci comu i jittuna.

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