II leader siciliano della Quercia chiude definitivamente l'era del giustizialismo






Giuseppe Lumia



Lumia: "Su Cuffaro e Miccichè il nostro giudizio é negativo, ma non strumentalizzeremo le inchieste della procura della Repubblica di Palermo"

PALERMO - Della prudenza ha fatto una virtù. Misurato, mai fuori le righe, sempre attento a non confondersi con niente e con nessuno. Il che non significa che rifiuti le sfide o non vada diritto al cuore del problema: sic vestra verba est, sic sic, non non sembra il suo motto. A 43 anni, con due legislature alle spalle e una in corso, già presidente di una Commissione parlamentare -l'Antimafia- dove onori e oneri si compensano, Giuseppe Lumia sembra proprio a una svolta della sua vita: è il leader siciliano della sinistra di governo, interprete al meglio dello stile Fassino che a questo siciliano di Termini Imerese, mai comunista, ma cresciuto nella Palermo-Sagunto sferzata dalle omelie del Cardinale Pappalardo militando nell'Azione cattolica e nella Fuci, ha affidato un incarico delicatissimo: chiudere con la fase del giustizialismo e rendere indipendente l'azione politica dei ds dalle iniziative delle procure.

On. Lumia, i democratici di sinistra non hanno chiesto le dimissioni del presidente della Regione Cuffaro, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Eppure solo due anni fa, con la segreteria di Claudio Fava, ciò sarebbe stato impensabile. È una svolta?
"In questa vicenda Cuffaro c'è stato un atteggiamento molto corretto da parte dei Democratici di sinistra, condiviso da tutte le componenti del partito. La vicenda giudiziaria non deve essere strumentalizzata, deve scorrere su binari propri perchè ha delle regole ben precise. Se avessimo fatto una lettura immediatamente della vicenda giudiziaria, avremmo fatto un torto alla stessa magistratura, caricandola di una responsabilità politica che non deve avere, creando un danno alla stessa prosecuzione delle indagini. Netto e negativo è invece il giudizio politico che diamo su Cuffaro".
Quindi capitolo chiuso?
"No, perchè la questione che va affrontata è un'altra: è il rapporto mafia-politica che non è un'invenzione della magistratura. C'è ed esiste. E la politica deve avere il coraggio, la forza, la determinazione di affrontarlo senza aspettare i percorsi della magistratura, senza andare a rimorchio, senza strumentalizzare ma senza neanche far finta che non esiste. Ecco perché noi, da questa vicenda siamo impegnati a capire, a giudicare, a valutare quello che sta avvenendo sul rapporto tra mafia e politica".
Però se Cuffaro si fosse dimesso si sarebbe riproposta la conflittualità tra chi fa politica e chi amministra giustizia.
"Vuol sapere come se ne viene fuori? Primo: piena autonomia e indipendenza della magistratura. La politica crei il clima giusto, non aggredisca i giudici, garantisca strumenti, mezzi, risorse, le leggi più adeguate. Secondo: la politica deve evitare di assumere un atteggiamento furbesco: non fa niente autonomamente per colpire le classi dirigenti compromesse, per escludere le classi dirigenti colluse, per non premiare le classi dirigenti incapaci, e al contempo, quando la magistratura interviene, si straccia le vesti, si grida al complotto, sta a rimorchio".
Ma c'è chi sospetta che alle Procure piaccia regolare la vita delle Istituzioni .
"Falso. Le Procure non hanno mai deciso la vita delle Istituzioni. In Sicilia la politica non ha affrontato il nodo dei rapporti con la mafia ed ha cercato di mettere il dito negli occhi della magistratura tutte le volte che per legge, i giudici hanno fatto il loro mestiere, il loro dovere. Quindi la politica abbia un suo profilo, lo eserciti, dimostri sul campo che è sovrana, dimostri con i fatti che ha il primato, dimostri che in Sicilia sa mettere insieme legalità e sviluppo".
A proposito di Procure, come ha vissuto le ultime vicende di quella palermitana, con l'attacco frontale allo stesso Grasso portato da L'Unità?
"Dico che è sbagliato fare una lettura politica di quanto avviene all'interno degli uffici dei pm. È un errore clamoroso applicare schemi politici alla gestione di una procura. Ci sono dinamiche interne in questo autonomo potere che vanno rispettate. Ci possono essere diverse valutazioni sull'organizzazione degli uffici che non autorizza nessuno a farne, in questa fase storica, una lettura politica".
Fase storica? Chiarisca, per piacere.
"Chiarisco: non siamo nella fase storica in cui le Procure non aggredivano la mafia, ma di fronte a una Dda guidata da un procuratore capo come Grasso che è una persona seria, qualificata, capace; composta da "aggiunti" altrettanto seri, qualificati e capaci, al pari dei sostituti. Quindi non ci troviamo di fronte a persone colluse, a persone che nascondono nei cassetti fascicoli".
Ma, mi consenta il gioco di parole, una Dda senza Lo Forte pare meno fortificata.
"Non parliamo del caso singolo. Il problema è della regola degli otto anni di permanenza nella Dda. Regola che io non condivido, ma che va rispettata. Non si può fare un'eccezione pur se siano di fronte a brillanti e capacissimi professionisti come Lo Forte e Scarpinato".
Perchè questa regola le appare sbagliata?
"La lotta alla mafia non è una lotta emergenziale e non capisco perché possiamo avere pool esperti, qualificati in altri tipi di reato, e non possiamo averli per il 416 bis che è una questione che attiene alla democrazia".
Una delle critiche a Grasso è di aver creato attese al momento non ripagate, sul pentitismo di Nino Giuffrè. Deluso anche lei?
"La Procura di Palermo ha l'esperienza, la professionalità, la competenza per gestire un collaboratore importante come Giuffrè. Non sta a noi anticipare giudizi, prefigurare scenari. Saranno i processi a stabilire se il contributo è importante, decisivo, dirompente oppure no".
Una risposta istituzionale. Sia meno prudente.
"Non si tratta di prudenza ma di realismo: è presto per esprimere giudizi, ma si può ritenere la collaborazione di Giuffrè molto interessante, perché quel mafioso era vertici di Cosa nostra. Di cose ne sapeva e ne sa".
Perché non viene catturato Provenzano che probabilmente non si trova lontano da Palermo?
"In una democrazia è intollerabile che non si riesca a catturare Bernardo Provenzano. Ma non basta: si vada anche a indagare sul perché questo boss ha goduto di uno stato di impunità che gli ha consentito un'impensabile latitanza lunga 40 anni , su chi l'ha protetto, qual è il sistema di collusione di cui beneficia, su come ha potuto organizzare la fase di trapasso di Cosa nostra dalle stragi all'immersione, sui rapporti politici che ha costruito. Non basta la sola cattura di Provenzano".
Un buco nero simile a quello che circonda il mistero della mancata perquisizione alla villa-covo di Riina.
"Già. Anche questa vicenda va inquadrata all'interno della cosiddetta stagione delle stragi su cui c'è un'azione giudiziaria in corso, Al contempo, c'è un lavoro che deve portare avanti l'Antimafia. La Commissione deve avere il coraggio di andare fino in fondo, fare piena luce non solo sulla dimensione militare, ma su quello che avvenne dentro gli apparati dello Stato. In particolare su cosa avvenne nei rapporti fra alcuni apparati dello Stato e la mafia, se ci fu o non ci fu trattativa, se ci sono state o non ci sono state responsabilità nella gestione di momenti molto delicati, come la vicenda del covo di Riina. A dieci anni di distanza è maturo il tempo perché la nostra democrazia abbia il coraggio e sia pronta a conoscere le più amare e terribili verità"
Ci risiamo: lei che è un uomo abbastanza prudente, che misura sempre le parole chiama in causa l'ex capo dei Ros e attuale direttore del Sisde gen. Mario Mori.
"Io non ho mai chiamato in causa direttamente Mori".
L'ha fatto al punto da meritarsi un amichevole e partecipato rimbrotto del presidente Cossiga.
"Mettiamola così, allora: Mori ci deve aiutare a fare piena luce su quello che avvenne, perché nessuno, neanche Mori, può essere soddisfatto del grado di conoscenza che abbiamo maturato nel nostro Paese di fronte alle stragi. Io non mi accontento di ciò che fino adesso abbiamo potuto apprendere. Penso che è dovere di Mori, come di chiunque altro, mettere nelle condizioni la nostra democrazia di fare piena luce su quella stagione criminale".
Quando venne arrestato l'ex vicesindaco di Villabate Fontana, un ex pci, si è riparlato di rapporti tra cooperative "rosse" e mafia. Non si può negare che troppe sono le inchieste che investono il mondo della cooperazione che fa riferimento alla sinistra per presunti legami d'affari con Cosa nostra. Non crede che anche su questo argomento vada fatta piena luce?
"Io su questa questione seguo un mio criterio: non si deve guardare in faccia nessuno e, come sul rapporto mafia-politica si deve responsabilizzare tutti, così deve avvenire nel rapporto tra mafia ed economia. Però bisogna smetterla di parlare di cooperative "rosse", ma di singole coop, di singole responsabilità. Non bisogna creare una categoria generale, criminalizzare realtà produttive molto serie, impegnate. Detto questo io sono convinto di due verità. Primo: la mafia sicuramente nella sua storia può avere lambito settori della sinistra, Non c'è da stupirsi perché la mafia si nutre di denaro e potere e quindi, naturalmente, tenta di penetrare in tutti i livelli di responsabilità politica. È un fatto che va riconosciuto e l'atteggiamento della sinistra deve essere estremamente severo. Nessuno provi a coprire nessuno. Secondo: storicamente la sinistra è stata la cultura politica che più di ogni altra si è impegnata a combattere la mafia. Ne sono testimonianza decine e decine di militanti che hanno pagato con la vita il loro impegno. Quindi, storicamente, la mafia si rivolge a gruppi di potere diversi dalla sinistra. Naturalmente abbiamo singoli casi, abbiamo piccoli filoni che coinvolgono anche esponenti minoritari e marginali della sinistra. Casi che non vanno assolutamente coperti e che vanno colpiti sapendo che, quando emerge una responsabilità di centrosinistra o di sinistra, non c'è un'attenuante ma un'aggravante di tipo morale, di tipo politico-culturale".
Quanti anni aveva quando è stato ammazzato Pio La Torre?
"Quando nell'82' La Torre fu ucciso avevo 22 anni. Una vicenda che mi colpì particolarmente perché ero un dirigente dell'Azione cattolica, della Fuci. Con tanti altri cattolici in quegli anni abbiamo condiviso con La Torre l'impegno per la pace. Partecipai, davanti alle chiese, alla raccolta delle firme contro l'installazione dei missili Cruise e mi recai, proprio come dirigente della Fuci, a Comiso".
So di toccare un argomento delicato, ma io credo che sull'omicidio La Torre rimangono ancora grandi zone d'ombra. Dalle testimonianze al processo emerge la figura di un Pio La Torre che cercava di eliminare alcune incrostazioni all'interno del Pci. E non mi sembra che dai dirigenti di quel partito sia venuto fuori un contributo a far sì che quelle zone d'ombra vengano eliminate. È d'accordo?
"Io penso che nella vicenda La Torre bisogna innanzitutto affidarsi al rigore dell'attività giudiziaria, al processo. Detto questo, io penso che sul piano giudiziario mi sembra forzato andare a individuare responsabilità giudiziarie sul delitto La Torre interne al Partito Comunista. Bisogna però interrogarsi, con molta serietà sul grado di condivisione della scelta di Pio La Torre nell'impostare il partito in un certo modo piuttosto che in un altro, le scelte che lui fece nell'organizzare l'allora Pci siciliano, la collocazione sociale, la strategie delle alleanze e quella antimafia. Ed ancora: chiedersi se queste scelte furono pienamente comprese, maturate e condivise. È una questione aperta, rigorosa che va affrontata senza nessuna strumentalizzazione, con la consapevolezza che alle storiche battaglie svolte dai dirigenti della sinistra nei territori condizionati dalla mafia non sempre ha corrisposto un supporto nazionale, un adeguato sistema di consapevolezza nazionale della centralità della lotta alla mafia come sfida nazionale, quotidiana, progettuale, di tutti. C'è una terza questione che bisogna, secondo me, affrontare: quei singoli casi su cui Pio La Torre buttò lo sguardo, come può essere il caso Fontana. Bisogna capire perché non si ebbe il coraggio, la determinazione giusta per seguire l'orientamento severo e abbastanza determinato di La Torre. È il momento di farlo".

L'intervista finisce qui. Ci si accomiata da Lumia sotto lo sguardo degli uomini di scorta che, con la loro presenza, ci ricordano come non viviamo, purtroppo, in un Paese normale. Passano 24 ore e viene fuori la vicenda di un video che riprende il vice ministro Gianfranco Miccichè con l'ex segretario di Vito Ciancimino, Francesco Buscemi, arrestato nell'inchiesta che vede Cuffaro indagato. La postilla è d'obbligo, la domanda è scontata: che giudizio ne trae, on. Lumia? "Per Miccichè vale lo stesso criterio espresso per Cuffaro: nessuna strumentalizzazione giudiziaria. Naturalmente rimane il giudizio severissimo sui rapporti tra mafia e politica molti radicati in Fi a cui non si è data finora una risposta seria e decisa".
Enzo Raffaele
Da "La Gazzetta del sud", 16.7.03

 

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