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POLITICA
L'INCHIESTA/Chi comanda nelle grandi città
Palermo sommersa
dal partito del nulla
di ALBERTO STATERA
PALERMO
- A Milano non c'è più Enrico Cuccia, a Palermo non
c'è più Vito Guarrasi. "Cu è chistu?".
È la sicula, storica incarnazione del potere. Scomparsi adesso
i due massimi sacerdoti del potere nelle due Italie, che nel potere
talvolta si ricomponevano, tutto si frantuma, si scombina in un
bradisismo che confonde le linee di comando e ne fa una poltiglia
persino qui nella patria del "cummannari è megghiu che
futtiri". Pochi lo sanno, ma Enrico Cuccia, originario di Piana
degli Albanesi, e Vito Guarrasi erano cugini.
Diversi: l'uno un omino grigio in eterno fumo di Londra, l'altro
in regolamentare lino chiaro, panama e sigaro, si vedevano, si consultavano,
scherzavano persino, con l'autoironia dei veri potenti, sul loro
potere e sulla reciproca cattiva fama, come confessò il gran
khan palermitano prima di morire.
Oggi se a Palermo chiedi di Guarrasi ti rispondono, per l'appunto:
"Cu è?". Originario di Alcamo, dove la sua famiglia
possedeva i vigneti "Rapitalà", giovane aiutante
del generale Giuseppe Castellano fu testimone dell'armistizio di
Cassibile con gli anglo-americani. Nei decenni successivi, non c'è
stato evento siciliano o nazionale, politico o economico, che non
lo abbia visto, sempre a cavallo tra democristiani e comunisti,
protagonista silente e tenebroso: dall'autonomia regionale al milazzismo,
dall'assassinio di Enrico Mattei alla bancarotta di Michele Sindona,
dal finto rapimento di Graziano Verzotto - veneto di Padova diventato
vicerè della Sicilia democristian-mafiosa come i veneti Silvio
e Antonio Gava lo furono della Napoli democristian-camorrista -
fino alla scomparsa di Mauro De Mauro. L'industria del sale, poi
il petrolio, le esattorie delle imposte appaltate ai cugini Nino
e Ignazio Salvo, le imprese irizzate o enizzate, la politica e gli
affari furono, nel bene e più spesso nel male, il pane quotidiano
dell'avvocato Guarrasi, che in Sicilia incarnò la "stanza
di compensazione" dei poteri legali e illegali. Un Cuccia in
salsa siciliana. Che non c'è più, come il cugino siculo-milanese
di via Filodrammatici.
Oggi sbarchi a Punta Raisi, aeroporto "Falcone-Borsellino",
chiedi chi comanda e ti guardano come un marziano. Non solo Guarrasi,
non c'è più Salvo Lima, né il cardinale Ernesto
Ruffini né l'ex ministro delle Partecipazioni statali Nino
Gullotti.
Non ci sono più i Cavalieri dell'apocalisse, i signori del
cemento Graci, Rendo, Costanzo e Finocchiaro, che collezionavano
tutti gli appalti. Giulio Andreotti, assolto dalle colpe mafiose,
fa il padre della Patria. I nobili, dai Tasca d'Almerita in giù,
son tutti lì nei palazzi di campagna tra migliaia di ettari
di vigneti a saggiare la gradazione dei loro vini, che vendono a
milioni di ettolitri. I mafiosi della nuova generazione non ammazzano
poi più tanto, fanno il "pizzo", con i piccoli
imprenditori consenzienti.
Compreso Totò Schillaci che, dismesse le insegne mondiali,
chiede protezione ai picciotti per difendere la sua scuola di calcio
palermitana. Il procuratore capo Francesco Messineo, annunciando
di aver sgominato il racket del pizzo della Noce - diciassette arresti
l'altro giorno - dice che ci sono "emergenze criminali ben
più intense nel paese", ma condanna l'acquiescenza dei
negozianti che pagano ormai il pizzo come fosse una legittima tassa
comunale. E il sostituto Alfredo Morvillo - quarantotto arresti
due giorni dopo - quella della politica complice, che ha istituzionalizzato
la Palermo dei favori. E favori è dir poco.
Tira scirocco su Palermo. Leoluca Orlando, che il 4 febbraio affronterà
le primarie per la candidatura a sindaco la prossima primavera,
dice che non c'è più "un punto unico di sintesi
del potere, in assenza di ogni cultura di governo e di sano comando".
Un "partito del nulla", una borghesia mafiosizzata, un
blocco sociale spurio, un'economia assente, se non per il "keynesismo
delinquenziale" che negli ultimi cinque anni ha dilapidato
ventimila miliardi di lire dell'Unione europea in chiese, formazione
professionale, precari e clientele varie. Il capo del "partito
del nulla" siede a palazzo dei Normanni sulla poltrona di presidente
della regione. Si chiama Totò Cuffaro, detto "Puffaro",
per via del fisico brevilineo e rotondo (lui, comprensivo, si definisce
un po' "pacchionello") o "Zu Vasavasa" per i
baci che schiocca a tutti quelli che incontra, soprattutto ai matrimoni
e ai battesimi, che sono il suo palco politico preferito. Alle signore
incinte è riservata, per sua dichiarazione, una toccata del
pancione. Sotto processo per favoreggiamento di Cosa Nostra, Cuffaro
ha 18.239 dipendenti, di cui 5.016 precari, più 30.745 lavoratori
forestali, con un bilancio di 26 miliardi, di cui 17 per stipendi
e 8 per la sanità, e un archivio privatissimo computerizzato
con i nomi e le abitudini di 50 mila elettori.
La sanità, ecco la cornucopia, il grande business politico
e personale del governatore, che è medico, e che in materia
è titolare di un record mondiale: 1.720 strutture mediche
private accreditate e convenzionate in Sicilia, contro le 70 in
Lombardia. Roberto Formigoni, che come lui a Milano ha ottime entrature
"cielline" e sanitarie, può andare a nascondersi.
Proconsole cuffariano nella sanità - o piuttosto viceversa
- è don Luigi Verzè, il prete della multinazionale
"San Raffaele", portatore dell'evangelica missione di
curare bene i ricchi, che vola in jet privato e che il papa Paolo
VI in persona accusò del peccato terreno di voler fare soltanto
soldi. E Michele Aiello, presunto prestanome del boss Bernardo Provenzano,
che da costruttore di strade interpoderali, con "Puffaro"
si è fatto, a sua volta, ras locale della sanità.
Dal bar-ristorante Lacuba di piazza dei Marinai, ritrovo fighettoso
di destra, vigila Gianfranco Micciché, come sempre eccitatissimo.
Figlio di un dirigente del Banco di Sicilia, strappato agli ozi
palermitani da Marcello Dell'Utri che lo assunse in Publitalia,
Micciché è tuttora considerato l'artefice del voto
che consegnò Palermo e la Sicilia a Silvio Berlusconi con
sessantuno deputati su sessantuno. Fama che oscura persino quella
ben meritata di suo fratello Gaetano, stella crescente di Imi-San
Paolo-Intesa, il polo bancario di Giovanni Bazoli, Corrado Passera
e Enrico Salza, supersimpatizzanti dell'attuale maggioranza governativa
prodiana.
Bella coppia Cuffaro-Miccicché: "La vecchia mafia dell'Udc
e la nuova mafia di Forza Italia", li bolla senza tanti complimenti
Leoluca Orlando, che, se vincerà le primarie, è convinto
di tornare sindaco, anche se il centrodestra spaventato gli opporrà
l'ex ministro socialdemocratico Carlo Vizzini. Poi, giù giù
per li rami, Enrico La Loggia, figlio di superba tradizione democristiana,
ma considerato più verboso che fattivo, e Diego Cammarata,
il sindaco, semplice soldato del partito del nulla: "A Palazzo
dell'Aquila e dintorni - sintetizza Orlando, che alle primarie se
la deve vedere con la candidata diesse Alessandra Siragusa - vivono
le tre scimmiette che non vedono, non sentono, non parlano, semplicemente
esternalizzano le funzioni e gli affari". Per gli appalti bisogna
scendere al porto e fare anticamera dal presidente Nino Bevilacqua,
che tiene il relativo sportello. Agli eventi ci pensa Davide Rampello,
alle attività sociali monsignor Diliberto dalla parrocchia
di San Gaetano di Brancaccio, a tutto il resto Silvio Liotta, ex
segretario generale dell'Assemblea regionale e protesi vivente del
Micciché, quello del bar-ristorante di piazza dei Marinai.
Poi una pletora di lobbisti e avvocati d'affari, tra i quali brilla
Nicola Piazza, cui si dice che piacerebbe assai fare il Guarrasi
del nuovo millennio.
E il sindaco? Dicono che ricordi Carmelo Scoma, un suo predecessore
degli anni Settanta che, scendendo da Palazzo dell'Aquila, dove
si soffermava non troppo a lungo, e incrociando il cronista Armando
Vaccarella lo apostrofava: "Armà, novità oggi
in comune? " Ma quando Cammarata va a mangiare a Mondello lascia
a Palazzo dell'Aquila 5.820 dipendenti, 3.353 precari, lavoratori
socialmente utili pagati con trasferimenti statali, 3.402 lavoratori
del "pip" (niente equivoci, per favore, è l'acronimo
di piano inserimento professionale), pagati con trasferimenti regionali
e una macchina comunale che costa 25 milioni al mese, su un bilancio
complessivo di 3 miliardi e 202 milioni. Alla nuova e un po' scalcinata
università del potere palermitano hanno detto che degli elettori
devi possedere le anime: e qual è il modo migliore se non
la distribuzione di lavori precari, che consegnano migliaia e migliaia
di anime all'arbitrio dei politici? "Chi è potente?
Chi ha assai - dice un vecchio proverbio siciliano - e chi non ha
niente".
Tira scirocco su Palermo, si annuvola, ma nel grigio che incede
sparano dai muri centinaia di manifesti rosso fuoco di tutte le
dimensioni, insidiati soltanto da quelli della candidata diessina
alle primarie, che illustrano le magnifiche sorti e progressive
della città: "La Zisa, patrimonio ritrovato", "Il
tram non è più un desiderio", "Anello ferroviario
verso il traguardo", "Restaurate statue e fontane, splende
il giardino inglese", "Palermo, rinascimento a colpi di
cantiere". Salvo poi scoprire che il tram è un desiderio,
l'anello ferroviario un sogno, il risanamento del centro e della
Vucciria un incubo e il rinascimento una bella favola.
Si dovevano portare 50 mila nuovi residenti, da sommare ai 21 mila
superstiti, ma l'ultimo censimento del degrado conta 282 immobili
cadenti, 90 dei quali abitati; dei 70 milioni di euro di contributi
pubblici, ne sono stati utilizzati non più di 30 mila. Il
panificio, la macelleria, la drogheria a piazza del Garraffello
sono sbarrate, di notte ci si aggira in un deserto surreale e terrificante.
Peggio di trentacinque anni fa quando il risanamento del centro
storico era l'oggetto dei pranzi al "Charleston" di Gaetano
Caltagirone, palazzinaro di fede andreottiana, con il segretario
socialista Giacomo Mancini. Ma a onor del vero, tra i tanti che
sparano dai muri scrostati, c'è anche un manifesto non truffaldino:
"Palermo a cinque stelle", dice.
E non mente: sorgono come funghi alberghi a quattro e cinque stelle,
in vecchi palazzi storici, in dimore nobiliari, in nuovi grattacieli
vetrati. Non si contano più le inaugurazioni. Francesco Caltagirone
Bellavista, dell'Acqua Pia Antica Marcia, con il San Domenico di
Taormina, l'Excelsior di Catania e l'Hotel des Estrangers di Siracusa,
ha preso a Palermo Villa Igiea e l'Hotel des Palmes. Grandi pezzi
di storia. Per dirne una, al des Palmes visse per mezzo secolo senza
mai uscirne il barone Giuseppe Di Stefano di Castelvetrano, chi
dice per una condanna alla reclusione di lusso per uno sgarbo alla
mafia, chi dice - come Gaetano Savatteri, autore per Laterza de
"I Siciliani" - perché non aveva una lira e l'albergo
lo ospitava gratuitamente in cambio della pubblicità che
faceva alla casa invitando famosi personaggi, da Maria Callas a
Mario Del Monaco, da Renato Guttuso a Carla Fracci.
"Una banalità ricorrente", secondo Leoluca Orlando
il rilancio di Palermo come città turistica di lusso. E lo
stesso Caltagirone, che sta investendo molti denari qui, come a
Venezia e in Liguria, dice che sì, che "Palermo e la
Sicilia sono un museo a cielo aperto, il turismo può essere
un motore, ma non l'unico". E sapete di che si lamenta per
le sue attività in Sicilia, terra d'origine della sua famiglia?
Del "potere frazionato, che non decide, delle burocrazie che
contano più della politica, delle furbizie italiane elevate
qui all'ennesima potenza". E ha anche una ricetta: "Governi
di grande coalizione a Roma e in periferia". Una specie di
governo come quello che tentò a Palermo Silvio Milazzo, con
democristiani, missini e comunisti? Più o meno le stesse
lamentele di Caltagirone quelle del patron del Palermo Maurizio
Zamparini, che vuole costruire una Zamparini-City - il potere del
calcio funzionale alle speculazioni immobiliari - su 288 mia metri
quadrati al confine dello Zen: un centro commerciale di 30 mila
metri quadri tra Roccella e Brancaccio, corredato di servizi e impianti
sportivi. Vicino ci vuol fare il nuovo stadio, al posto del velodromo,
ma avverte i politici: datemi l'ok subito, pena la perdita dei campionati
europei del 2012.
Tira lo scirocco su Palermo. Borghesi, nobili e politici lo sfidano
a Mondello, nei circoli titolati, i veri crocicchi dei "poteri
frazionati". A "La Vela", o al "Lauria",
sotto lo sguardo compiaciuto del presidente Gabriele Guccione Alù.
E' qui che la "cupola - non - cupola" si ricompone all'ombra
del ritratto dell'ammiraglio Ruggero de Lauria. Ma non dite che
è mafia.
(5-continua)
(28 gennaio 2007)
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