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LA
NORMALIZZAZIONE
A Palermo, ucciso il pool antimafia
di Attilio Bolzoni
Il procuratore Piero Grasso
Si sentono come si era sentito tanto tempo fa Falcone, quando la
sua scrivania fu sommersa da fascicoli sugli scippi tra i vicoli
del Capo e della Vucciria. Un procuratore generale mal sopportava
quelle indagini di mafia che spaventavano uomini politici, così
da un giorno all´altro il giudice che aveva fatto "cantare"
Buscetta si ritrovò prigioniero di una montagna di carte
su un pugno di balordi e sulle loro scorrerie.
Si sentono anche loro messi da parte. Isolati. Epurati. Uno, Roberto
Scarpinato, comandato a sfogliare rapporti e informative su bancarotte
fraudolente e assegni a vuoto. E l´altro, Guido Lo Forte,
costretto a inseguire borseggiatori e rapinatori. Tutti e due hanno
indagato per quasi due decenni su Cosa Nostra, sono stati pubblici
ministeri al processo Andreotti. E oggi che sono fuori per sempre
dal pool, l´antimafia qui a Palermo cambia un´altra
volta pelle. Vira, devia bruscamente, muta ufficialmente rotta seppellendo
per sempre la stagione che venne dopo Capaci e via D´Amelio.
Continua così la "guerra" cominciata almeno un
anno e mezzo fa nei corridoi blindati del Palazzo di giustizia,
uno scontro prima sotterraneo e poi di mese in mese sempre più
svelato tra il procuratore capo Piero Grasso e quei suoi colleghi
che avevano lasciato nel bene e nel male la loro impronta sulle
investigazioni che seguirono ai massacri dell´estate 1992.
Tante inchieste sui potenti come non se n´erano mai fatte,
tanti capi cosca catturati come non era mai avvenuto. E anche tanti
processi importanti persi in aula, quelli sugli uomini politici
mandati a giudizio.
Si ricomincia daccapo, a Palermo. Si ricomincia da quindici anni
fa. Lasciano per direttiva del Csm gli "aggiunti" Lo Forte
e Scarpinato, che erano al fianco di Gian Carlo Caselli, si dimette
Gioacchino Natoli che fu giudice istruttore nel primo pool di Falcone,
viene spogliato da ogni inchiesta di spessore anche Antonio Ingroia,
che è uno di quelli cresciuto all´ombra di Paolo Borsellino.
E serpeggiano malumori tra altri vice di Grasso. Clima da resa dei
conti.
Azzerato il vertice di una Procura, il nuovo capo ne ha però
disegnato subito un altro. E ha affidato ogni potere - soprattutto
in materia di mafia e politica - a un "vecchio" del Palazzo,
Giuseppe Pignatone, magistrato tecnicamente preparatissimo ma considerato
da quegli altri espressione di una Palermo "tranquilla",
troppo lontano dalle nuove filosofie investigative sperimentate
negli Anni Novanta, troppo prudente nel procedere sullo scivoloso
e delicatissimo terreno delle contiguità mafiose. E soprattutto
Pignatone - che in tutti questi anni non ha mai rinnegato il suo
metodo di lavoro e anche al tempo di Caselli si è mantenuto
fedele ai suoi principi - è accusato dall´altro fronte
di non "lavorare in pool", di non far circolare le notizie
da una stanza all´altra, di "blindare" e controllare
ogni indagine. E´ per questa ragione probabilmente che Piero
Grasso l´ha nominato a quel posto di "coordinatore"
delle indagini antimafia di Palermo-centro. Il procuratore avrebbe
potuto scegliere altri (l´aggiunto Sergio Lari o Alfredo Morvillo,
ad esempio) ma alla fine ha preferito Pignatone perché garantiva
in ogni caso un cambio secco di linea della sua Procura.
Così si è consumato lo "strappo" di Palermo.
Settimana dopo settimana. Dall´inizio dell´estate dell´anno
scorso. Da quando si è pentito quell´Antonino Giuffrè
del paese di Caccamo, molto presunto "braccio destro"
dell´imprendibile Bernardo Provenzano e presentato dal procuratore
Grasso come "il nuovo Buscetta". Tenuti all´oscuro
delle sue rivelazioni tutti i procuratori aggiunti più vicini
al capo e quei magistrati che avevano indagini collegate, a settembre
scorso Scarpinato e Lo Forte per protesta se ne andarono dal pool.
Dopo pochi giorni rientrarono le loro dimissioni, ma le cose non
migliorarono tra i due e il procuratore. Sempre tensioni. Sempre
polemiche. Sempre scontri. E sempre su quella "circolazione
delle notizie" che non c´era più.
Il pentimento di Giuffrè si stava rivelando un grande bluff
(il boss conosceva solo segreti di pecorai o poco più) e
le confessioni di un altro falso pentito - Pino Lipari - venivano
un´altra volta nascoste da Grasso alla maggior parte degli
"aggiunti". Come le pagine di alcune inchieste che un
pezzo di Procura conduceva in quei mesi. Era la primavera del 2003.
Indagini su esponenti vicini a Forza Italia coinvolti in un "mercato"
di appalti, tutto top secret per alcuni magistrati. Indagini sui
"mandanti esterni" delle stragi del 1992 in Sicilia e
in Continente, fascicoli spediti al procuratore Vigna senza avvertire
nessuno. Indagini sul presidente della Regione Totò Cuffaro,
mantenute riservate a più di un viceprocuratore. E, negli
ultimi tempi, un violentissimo duello tra Piero Grasso e un paio
di sostituti intorno all´inchiesta sulla mancata perquisizione
del covo di Totò Riina.
In questa arena è arrivata la vicenda del Csm che ha messo
fuori gioco Lo Forte e Scarpinato, due che avevano superato il "tetto"
degli otto anni di permanenza nel pool. Grasso non li ha difesi,
secondo alcuni, al contrario, li ha scaricati. Subito dopo 35 sostituti
hanno inviato una lettera di "dissenso" al loro procuratore.
E poi - è già l´estate del 2003 - sono partite
le prime frecciate velenose di Grasso sugli "interessi personali
di pochi abitanti di questo Palazzo". Polemiche di fuoco, un
centinaio di deputati del Polo che manifestano "solidarietà"
al procuratore di Palermo per gli attacchi di quegli "abitanti",
imbarazzi, sospetti, interviste, mezze smentite. Fino alle voci
che vogliono Grasso sponsorizzato dal centro destra per la corsa
alla poltrona di Vigna quando - tra un anno o più - se ne
andrà dalla Superprocura. Voci e veleni. Più veleni
che voci.
La Repubblica, 24.9.2003
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