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L'OPINIONE
Quale sinistra in Sicilia?
Quella di Mirello
Crisafulli o quella di Peppino Di Palermo e Pio La Torre?
di ROBERTO TAGLIAVIA
E' difficile dire la rabbia che viene guardando lo sciamare delle
manifestazioni di disoccupati e di disperati che, quasi quotidianamente,
attraversano le vie di Palermo. E' difficile non rammaricarsi pensando
cosa avrei potuto fare di un patrimonio invidiabile, e con una ragguardevole
tradizione nel settore del trasporto marittimo e nella costruzione
di navi, per assicurare un futuro produttivo e occupazionale diverso
a questa città.
In altre, come Trieste, si sono battuti per difendere i centri di
progettazione navale piuttosto che difendere la cantieristica di
semplice riparazione; città come Genova Livorno o Napoli
hanno difeso i loro porti commerciali, modernizzandoli, e Gioia
Tauro è diventata in breve un esempio di sviluppo nel settore
dei containers, assolutamente inimmaginabile solo una quindicina
di anni fa. Invece a Palermo nulla. Nessun investimento, prevalenza
della domanda di lavoro verso gli uffici comunali, provinciali o
regionali o in strutture statali ed enti equivalenti, con le conseguenze
che sono sotto gli occhi di tutti: il tracollo della finanza regionale
e locale, il deserto imprenditoriale.
Ma la rabbia è ancora più forte perché era
tutto previsto e prevedibile.
Personalmente non vedevo lontano per doti divinatorie ma per l'osservazione
interna alle vicende di una famiglia d'imprenditori palermitani.
Nell'ottocento i Tagliavia furono i primi ad acquistare in Inghilterra
sette velieri misti, attrezzati con i primi motori a vapore che,
successivamente ceduti ai Florio, costituirono il primo nucleo della
loro flotta (divenuta successivamente l'attuale Tirrenia). E' una
famiglia che esprime un grande sindaco, il conte Salvatore Tagliavia,
in quella Palermo liberty che resta nella storia come uno dei momenti
più vivaci della economia e dello sviluppo cittadino. Dopo
il fascismo sarà lui a dare vita, nel dopoguerra, a un'altra
flotta di sette navi, tra cui la petroliera Conca d'oro (allora
nave ammiraglia della marina mercantile italiana).
Tutto questo declina negli anni '60, non solo per la tarda età
del conte Tagliavia ma per la presenza, all'interno del nucleo familiare
(erano cugini acquisiti di un ramo dei Tagliavia), di personaggi
come i fratelli Gioia (democristiani, due di loro furono deputati
e uno di essi, Giovanni, anche ministro della Marina Mercantile)
e di cui uno, l'avv. Luigi, divenuto legale delle società
di famiglia, gestisce in modo inquietante il ruolo assegnatogli.
L'on. Giovanni Gioia, segretario provinciale della DC, è
citato nella prima relazione antimafia per un appello che gli rivolge
il segretario della sezione di Camporeale, allarmato dall'ingresso
in quel partito dei mafiosi locali: Gioia non muoverà un
dito, è lui l'artefice di un accordo per rafforzare elettoralmente
il partito che fa convergere la vecchia destra monarchica e liberale
legata ai latifondi, e quel povero segretario locale, lasciato solo,
non tardò a incontrare un colpo di lupara che lo fece tacere
per sempre: il suo nome era Almerico.
Anche il fratello di Gioia, l'avv. Luigi, negli anni '70 sarà
al centro di un'indagine condotta da Falcone sulla strana vendita
di un feudo a Michele Greco e con un'altrettanto strano giro di
pagamenti in cui emergono assegni firmati dai Nuvoletta, noti boss
della camorra. Il feudo è parte del patrimonio Tagliavia
che, alla morte del conte, l'avvocato riesce a far transitare in
una società di cui lui stesso è amministratore unico
e insindacabile. Nella sentenza di rinvio a giudizio di Greco e
altri (che sarà oggetto del primo maxi-processo) Falcone
afferma che così (grazie a questi rapporti disinvolti n.d.r.)
verosimilmente i Tagliavia sono stati espropriati del loro patrimonio.
In realtà non è così, il tentativo è
stato intercettato, contrastato e denunziato ma è incappato
in un'esasperante vicenda giudiziaria che lascia allibiti per le
procedure seguite, i tempi biblici, il numero di magistrati che
si sono succeduti (ben 32!) senza arrivare ancora ad alcuna conclusione.
Il patrimonio quindi resta ingabbiato e improduttivo in quella società
(S.A.T.) usata da Gioia come contenitore, l'attività imprenditoriale
langue, nessun investimento è possibile. Così gli
anni passano e anche chi, nella famiglia Tagliavia, si era illuso
che i legami e i rapporti di Gioia potessero essere usati come punto
di forza e risorsa, o come inevitabile pedaggio alla situazione
locale e alla marginalità del mercato siciliano, non resta
che prendere atto dell'errore e della tragica illusione.
Tra i beni del Conte
finiti nel contenitore SAT ci sono i Ciaculli, vasta estensione
di mandarini tardivi meglio conosciuta come "il regno di Michele
Greco". Verso la fine degli anni cinquanta lì si ebbe
un attentato che colpì tutto il Paese: una giulietta imbottita
di tritolo fece strage di uomini delle forze dell'ordine.
Ricordo, da piccolo, l'impressione e lo sdegno, ma anche il cupo
silenzio imbarazzato dei miei familiari, di chi vede compiere un
simile misfatto nelle proprie tenute, e scopre di contare poco o
nulla: Michele Greco starà lì indisturbato per parecchi
anni fino al suo arresto e alla sua condanna per iniziativa di Falcone.
Ma quei Ciaculli intangibili sono un gioiello anche per l'ergastolano
Greco che, in una breve uscita dal carcere, riesce pure a dare un'intervista
televisiva per ribadirne il controllo.
Ma a che è servita tanta ricchezza in ostaggio di quelle
mani?
E' nota un'esportazione in Inghilterra di mandarini che sembrò
rilanciare attività marittime e attività agricola
negli anni 60. La cosa non durò e non ebbe seguito perché
le cassette contenevano, al solito, bei mandarini in superficie
e una qualità più scadente nel fondo. La "furberia"
non pagò e ci fece perdere per sempre un promettente mercato.
Oggi i Ciaculli vanno via a pezzetti, erosi dal solito abusivismo,
e sono in attesa del grande centro commerciale che servirà
a cancellare quest'ultima vasta area di verde e di possibile (diverso)
sviluppo urbanistico.
Chi gestirà quest'operazione?
e per conto di chi?
Tutto questo mi passa
per la testa quando vedo quelle orde di disperati correre per la
città invocando lavoro. A questo pensavo quando vedevo anni
fa i patetici cartelli di lavoratori che invocavano il ritorno della
mafia
e questo mi tormenta quando sento, anche compagni, minimizzare
il fenomeno e parlare di sviluppo e di lotta alla mafia, come cose
da tenere separate o, quanto meno, in equilibrio.
E' da quella esperienza
e da queste riflessioni che matura il mio sentimento antimafia,
non da moralismi né da personali, e perciò opinabili,
valori etici.
Non sono mai andato ai
Ciaculli. A mio padre che m'invitava a conoscere queste nostre proprietà
rispondevo che non sarei mai andato, finché lì fosse
stata dominante la famiglia Greco. Era inammissibile qualsiasi gesto
che potesse apparire o venire usato come segno di rispetto o, peggio,
di sudditanza.
Avevo diciotto anni, ma capivo bene che la frequentazione dei Tagliavia
veniva usata per accreditare una rispettabilità sociale inammissibile
per i fatti accaduti. E così era, infatti: in un memoriale,
redatto in carcere, Michele Greco vanterà la stima e il rispetto
della contessa Tagliavia, mistificando e millantando una interpretazione
estensiva di un normale bon ton tra proprietario e affittuario.
Ma tant'è, agli occhi della comunità quegli atteggiamenti
e quelle visite venivano presentate come commistioni, connivenze
e solidarietà che non c'erano, fatto salvo il rapporto di
ben altra natura con Gioia.
Questo mio rigore viene,
dunque, dalla verifica diretta della strumentalizzazione di rapporti
di normale convivenza e di ciò che la mafia rappresenta,
della povertà che produce e della disperazione e della violenza
che introduce; dalla consapevolezza che quella è strada che
non spunta e che s'illude chi ammicca con la mafia, chi fa finta
di non capire, chi si trincera dietro la propria personale onestà
e il non compiere reati, per coprirsi però dell'influenza
e del potere condizionante dei mafiosi. E' un'illusione, perché
alla fine comunque ne resta condizionato.
Io capisco che una tale
esperienza possa apparire troppo personale e che le vicende raccontate
possano sembrare vicende che al più riguardano solo "lor
signori", ma sono convinto invece che queste vicende (non uniche)
sono state al centro di avvenimenti di grande significato.
Non posso dimenticare, per esempio, quei patetici poliziotti col
mitra spianato che presidiavano la mia città dopo la strage
di Ciaculli, per assicurare i cittadini onesti sulla presenza e
sul ruolo dello Stato, ma che non liberarono mai il territorio da
un bel nulla. Li ho rivisti anni dopo tornare in gran numero nell'operazione
"Vespri siciliani", ancora più decorativi, mentre
nelle stanze della politica, negli studi d'avvocati compiacenti,
nelle banche come nei saloni dei consigli d'amministrazione d'importanti
società, tutte quelle terre e fette di territorio passavano
di mano, con i loro bei soldatini schierati, da quelle di proprietari,
che avrebbero potuto farne uso legittimo e produttivo se solo fossero
stati incoraggiati e garantiti (e, perché no, anche colpiti
nei loro assenteismi o nelle loro eventuali collusioni e ambiguità),
alle mani di speculatori e parassiti mafiosi.
Questa è la questione:
le risorse in mano a chi vanno, per farne cosa? Mentre quella storia
familiare mi rende ipersensibile al tema, sento questo come un punto
debole su cui non c'è sufficiente vigilanza. Basta che qualcuno
parli di modernizzazione e butti attorno qualche osso perché
una opinione pubblica indifferente e superficiale abbocchi: lo vediamo
oggi con le promesse di Berlusconi, ma era già accaduto ieri.
I Gioia vollero rappresentare un elemento di pacificazione tra il
centro cattolico e gli ambienti monarchico liberali e fecero fuori
uomini come Alessi, collaboratore di Sturzo nel Partito popolare,
fondatore della DC siciliana e padre dell'Autonomia. Ma i Gioia
vollero anche rappresentare una democrazia cristiana dinamica, capace
di modernizzare la Sicilia e furono grandi convogliatori di risorse
e, perciò stesso, in grado di raccogliere vasti consensi
nel mondo degli appalti quanto in quello dei lavoratori edili. Ma
dopo vennero i Lima e i Ciancimino e i Gioia furono in qualche misura
relegati in posizione marginale nella stessa DC. Come finì
Lima lo sanno tutti e anche Ciancimino ebbe i suoi problemi. Alla
fine, quel partito collassò tra omicidi eccellenti e ci ha
lasciato in eredità proprio i personaggi che oggi ci consegnano
una Sicilia sull'orlo del baratro finanziario, inducendo schiere
di disoccupati a manifestare quotidianamente per le strade delle
nostre città.
Si può non riflettere
su tutto questo?
Il nodo politico, allora,
sta nella capacità di scegliere tra una visione che immagina
la Sicilia irredimibile, vittima dei rapporti di clan, familiari
o amicali, quale unico modello per sopravvivere in un mondo globalizzato,
o una visione fondata sull'idea che sia invece possibile affermare
una civiltà dei diritti anche in Sicilia.
Su questa sfida si gioca
il confronto politico tra conservatori e progressisti, tra destra
e sinistra: tra gruppi dirigenti che hanno l'ambizione di misurare
la propria capacità di organizzare le cose, le persone e
le risorse disponibili, in un quadro di regole utili e condivise.
Altro che collettori di finanziamenti
ché quello è
semmai mestiere serio e difficile d'imprenditori e finanzieri (e
non di avventurieri!).
La mia scelta, dunque, non poteva che essere chiaramente progressista
e di sinistra.
Ora, immaginate voi,
negli anni della democrazia cristiana imperante, diretta da comitati
d'affari e devastata da una vita interna fondata sugli elenchi delle
anime morte, quale àncora di salvezza sia stato potere fare
riferimento ad organizzazioni, associazioni e partiti (in primo
luogo il PCI) che in questa terra si battevano per l'affermazione
dei diritti di coloro che altra risorsa non avevano, se non le proprie
braccia e la propria intelligenza.
C'era lì un DNA che nasceva proprio dalla vita di quelle
persone, offese e depredate dall'avidità di padroni con pochi
scrupoli; da quel DNA nasceva un rigore che oltre al sacrificio
estremo, come toccò a tanti sindacalisti, si concretizzava
in un'esemplare e dignitosissima fermezza, che non travalicava mai
nell'intolleranza, e che caratterizzò molti dirigenti di
quel partito. Nessun ideologismo, nessun moralismo, ma il buon senso
e la severità che nascono da esperienze di vita a volte durissime.
In questo senso, indimenticabile, per me che lo conobbi, fu l'esempio
di Peppino Di Palermo, cognato di Placido Rizzotto e a lungo dirigente
della sezione PCI di Corleone. Così fu il Pio La Torre che
conobbi, impegnato nel movimento per la pace e contro la mafia,
con spirito mai settario e sempre alla ricerca di un largo consenso
fondato su idee, su proposte di legge, sulla promozione di comparti
decisivi come l'agricoltura, ma mai presentatosi come "convogliatore
di finanziamenti".
Certo non tutto a sinistra
era così scontato e hanno anche pesato e pesano retaggi di
un'idea diversa, non progressista, della difesa degli interessi
dei più deboli. Una idea che non riesce ad immaginare una
società dei diritti, che punta piuttosto sui soli rapporti
di forza, finendo con l'attribuire al partito-clan e, al suo interno,
al leader-boss l'unica vera possibilità di riscatto. Così
succede che possa contare solo il risultato elettorale, conseguito
e ricercato comunque, anche sconsigliando una definizione netta
degli obiettivi e di una coerente pratica politica. Ma è
un percorso di corto respiro che riporta alla palude in cui viviamo.
La politica dei diritti
è altra cosa e per essere credibile ha bisogno di comportamenti
coerenti e di regole "condivise".
Se questo è il punto, creare una società fondata su
regole condivise, la pratica della democrazia è ineludibile:
deve essere una pratica voluta, ricercata, organizzata, puntigliosamente
difesa nella vita dei partiti come delle istituzioni, contro le
ricorrenti tentazioni d'affidare tutto ad un capo (ci risiamo col
boss!) o ad assemblearismi inconcludenti.
Questa, appunto, è
stata la battaglia all'interno del PCI, di fronte al fallimento
mondiale del modello comunista (e al successo del modello riformista
europeo), per l'affermazione di un partito della sinistra davvero
"democratico". A questa battaglia ho aderito con una convinzione
che, ripeto, non derivava da scelte ideologiche o da astratti moralismi,
ma da una riflessione sofferta sulle ragioni della regressione politica
ed economica della nostra isola e sulle parallele esperienze degli
altri partiti (dal fallimento dei liberali verso il fascismo, al
cedimento di quella cultura degli "uomini forti e liberi"
di Sturzo di fronte al pragmatico incalzare dell'elettoralismo democristiano
dei Gioia, dei Lima e dei Ciancimino, o alla diaspora socialista
di fronte alle vicende di Tangentopoli).
Bene, per chi come me
aveva visto e vissuto dall'interno di una famiglia liberal-democratica
il fallimento di ogni ipotesi produttiva e la progressiva involuzione
della politica siciliana, è stato naturale approdare in una
forza politica che, pur con i suoi limiti, in Sicilia teneva acceso
con rigore il lume dei diritti e dello sviluppo produttivo.
Certo, quei limiti ideologici hanno reso difficile far comprendere
più diffusamente la necessità di un'elaborazione in
grado di dare risposte ad una borghesia produttiva (da molti ancora
percepita, ahimè, come il nemico di classe) che in Sicilia
lottava (come una minoranza in via d'estinzione) contro il parassitismo
della politica e della mafia.
Ma quel processo esisteva, non riguardava solo la mia personale
riflessione, era un fenomeno diffuso tanto che molti furono, dopo
i sindacalisti e proprio in quella borghesia, le vittime di un fronte
di resistenza che si allargava tra gli imprenditori (cito per tutti
Libero Grassi) i funzionari (Lombardo) i professionisti (Giaccone)
e i piccoli proprietari agricoli, i magistrati e i tutori dell'ordine.
Dunque, esisteva una Sicilia che immaginava uno sviluppo diverso
e per la quale l'esistenza della cultura di sinistra e del PCI,
pur con i suoi limiti ideologici, furono fattori indispensabili
per trovare il coraggio di resistere. Fu questa diffusa rivolta,
ben oltre le vittime e i martiri, che rese possibile approvare poi
la legge La Torre e introdurre finalmente una discontinuità
nella politica dello Stato su un tema a lungo relegato nelle analisi
sociologiche e nelle commissioni parlamentari. Non può sfuggire
dunque il ruolo, il peso e la funzione che ha una formazione politica
che opera consapevolmente, senza perdere di vista mai la specificità
del proprio progetto politico, nel determinare un processo di modificazione
profonda nei comportamenti di una società.
Ecco, questo è
il ruolo che io attribuisco al politico della sinistra: rendere
possibile ciò che appare impossibile, costruendo con continue
riforme un'organizzazione diversa della società, che valorizzi
le persone, che difenda la loro dignità e la loro fatica,
dando sicurezza, garanzie e pari opportunità ai più
deboli. Una politica che unisca i ceti produttivi risolvendo i contrasti
d'interesse, che unisca i popoli evitando la tragedia delle guerre
e della violenza, dove ogni diritto andrebbe a farsi benedire.
In me, oggi, resta il
bisogno di portare a compimento un processo politico che, attraverso
questa strada, restituisca dinamismo alla Sicilia, che eviti per
il futuro di indurre altri giovani ad abbandonare la frontiera dell'impresa
produttiva e assistere al declino di una comunità che mangia
se stessa e divora le gambe su cui dovrebbe camminare, vittima di
una visione miope, fondata sull'idea arcaica della funzione prevalente
dei rapporti familiari e amicali piuttosto che sui princìpi
del diritto e delle pari opportunità, necessarie ad una società
moderna.
Ecco spiegato non solo
il mio stupore nel leggere (in una intervista rilasciata per il
Foglio a Giuliano Ferrara) la raffigurazione che l'on. Crisafulli
(DS) dà di sé e del suo modo d'intendere la politica
(collettore di fondi e risorse) ma, ancora di più, la sua
rivendicazione a parlare con tutti, anche con i mafiosi,
tanto
lui li tratta male.
Io, che quest'illusione l'ho già vista all'opera nei fratelli
Gioia e nei fatti sopra descritti, non posso credere che un intelligente
esponente dei DS, che si picca di essere un laico riformista, non
abbia capito il senso della lezione del riformista Pio La Torre,
o dell'imprenditore laico Libero Grassi, o dell'esperienza antiracket
di Grasso; che non abbia capito il valore, anche e soprattutto in
Sicilia, del percorso democratico che porta il PCI a ragionare sulla
necessità di una vita democratica più intensa della
sinistra: non per scadere nel pragmatismo e nell'elettoralismo,
perdendo il ruolo di partito dei diritti, ma proprio per rafforzare
quella funzione, in sintonia con una Sicilia che deve e vuole emergere
da un passato di regole arcaiche, residuo di un'antica società
agro-pastorale.
Penso con sgomento a
cosa mi sarebbe successo, di fronte alle riflessioni amare indotte
dalle esperienze che ho raccontato, e ai tanti come me nelle stesse
condizioni che nel PCI videro un'ancora di salvezza, se allora avessimo
letto l'intervista di Crisafulli invece di conoscere i Peppino Di
Palermo o i Pio La Torre.
Cuffaro, col suo operato
esprime meglio ciò che Crisafulli proclama in quella sconvolgente
intervista, e non ha bisogno di cloni a sinistra.
Semmai a sinistra occorre evitare di ricadere nella sindrome del
moralismo-etico, nel settarismo che ci hanno consegnato quel 61
a 0 delle elezioni politiche del 2001. In questo senso, invece,
l'intervista di Crisafulli rischia di portarci indietro a un dibattito
manicheo e di fare il peggiore servizio possibile a una corretta
idea del riformismo.
La strada da percorrere,
lo ripeto, è quella di un rafforzamento dei diritti e della
democrazia, di un largo coinvolgimento di forze attorno a un programma
di rinascita della Sicilia, che non sia solo economico-sociale ma
che si fondi su un quadro di certezze e di regole condivise. E torno
al punto delle "scelte condivise" attraverso una vera
e intensa vita democratica, senza furbate, nel rispetto anche dell'avversario
peggiore. Percorrere la via di un radicamento del riformismo in
Sicilia è una condizione del suo stesso sviluppo e della
liberazione dalla mafia.
Per tali ragioni, prima
si apre un confronto di merito sulle prospettive della Sicilia e
sul ruolo della sinistra meglio sarà, smettendo di dividersi
tra fughe etico-morali prive di vera incisività o ammiccamenti
pragmatici ad una Sicilia vecchia nella sostanza anche quando cerca
d'ammantarsi di modernità.
Palermo, 6 agosto 2003
*componente della Direzione regionale DS
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