Telekom Serbia. i Fatti
di Ferdinando Targetti

Il 9 giugno 1997 Telecom Italia acquista dal governo di Belgrado il 29% dell'azienda telefonica di Stato Telekom Serbia. Il prezzo è di 893 milioni di marchi, pari a circa 450 milioni di euro. La partecipazione viene nel tempo svalutata nei bilanci Telecom.
L'8 maggio 2002 il Parlamento italiano, con il voto della sola maggioranza, istituisce la Commissione di inchiesta sull'affare Telekom Serbia nella supposizione che fosse stata pagata una tangente al regime di Milosevich. Il 28 dicembre 2002 Telecom Italia rivende la partecipazione di Telekom Serbia alla società pubblica serba Ptt Srbjia per 195 milioni di euro che verranno pagati a rate in sei anni. Il 7 maggio 2003 il faccendiere Igor Marini denuncia davanti alla Commissione il pagamento di tangenti a Romano Prodi, Piero Fassino e Lamberto Dini; il 22 agosto Igor Marini coinvolge anche Walter Veltroni, Francesco Rutelli e Clemente Mastella. Esponenti politici del centrodestra, il portavoce di Forza Italia, il quotidiano "Il Giornale" di proprietà della famiglia Berlusconi, iniziano una martellante campagna denigratoria nei confronti degli esponenti del centrosinistra che nel 1997 avevano responsabilità di governo.
Sulla vicenda indaga anche la Procura di Torino. Bisogna tuttavia tenere conto che prove circostanziate non ne emergono, che la credibilità di Igor Marini, che l'8 maggio 2003 viene arrestato a Lugano con l'accusa di riciclaggio e poi estradato e rinchiuso alle Vallette di Torino, è prossima allo zero, che le contraddizioni tra le affermazioni del Marini e quelle delle persone da lui coinvolte (come l'ex socio Paoletti) sono macroscopiche. Per tutte queste ragioni le accuse del centrodestra che inizialmente erano di arricchimento personale degli uomini politici del centrosinistra si tramutano (dopo che il danno di immagine è stato compiuto) in sperpero di denaro pubblico e tangenti "ad un dittatore che stava attuando un genocidio tramite l'acquisto di azioni di nessun valore ad un prezzo folle" (Bondi sul "Corriere della Sera", 2 settembre 2003). Tutto il castello dell'accusa quindi ha un solo fondamento la differenza rilevante tra il prezzo di acquisto e il prezzo di vendita delle azioni Telekom Serbia. È un fondamento solido? Io credo di no.
Bisogna tornare con la memoria al quadro economico e politico del 1997. Dal punto di vista economico in quegli anni era in atto un triplice processo: innanzitutto era in corso un boom della telefonia indotto dalla telefonia mobile; in secondo luogo era in atto nei paesi europei il processo di liberalizzazione del settore telefonico e di abbandono dei monopoli nazionali delle reti; in terzo luogo erano in corso numerose privatizzazioni, totali o parziali, delle società telefoniche, soprattutto da parte dei paesi ex socialisti, come Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Serbia eccetera.
È noto che, così come in molti settori manifatturieri si presentano forti economie di scala, nel settore delle utilities si presentano economie di scopo. Nel periodo 1995-2000 il management di tutte le principali società telefoniche europee era convinto che nel settore si presentassero queste economie. Per questo motivo le principali compagnie europee adottarono una duplice strategia: da un lato si trattava di stringere alleanze tra operatori di primo piano con reciproci scambi di partecipazioni (si ricordino gli accordi tra France Telecom e Deutsche Telekom, così come gli accordi tra gli inglesi della British Telecom e gli spagnoli); d'altro lato i grandi operatori andavano a conquistare mercati esteri attraverso l'acquisto di partecipazioni in società di paesi più piccoli. I tedeschi si specializzarono nell'Europa dell'Est con acquisti di partecipazioni in società di telefonia in Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria, i Francesi nei piccoli paesi europei Svizzera, Belgio, Olanda, Finlandia.
Le valutazioni che venivano date delle società o delle partecipazioni da acquistare erano stratosferiche, furono compiute grandi errori, ma ovunque e per un lungo periodo. France Telecom nell'autunno del 2000 comprò Orange per una cifra equivalente allora a 10 milioni di lire per utente, per un valore complessivo che è stato il più elevato di qualsiasi transazione al mondo. Deutsche Telekom ha comprato Mobil.com e Voice Stream a prezzi astronomici. Queste acquisizioni si rilevarono essere un disastro per le società che le effettuarono, che si indebitarono moltissimo e, quando i valori scesero, si trovarono sull'orlo del fallimento. I due presidenti ci rimisero il posto.
E in Italia? Si ricorda che Telecom Italia era la controllata e la Stet era la holding; che era iniziato un processo di privatizzazione di entrambe; che nel 1997 il governo aveva sostituito il presidente della Stet Biagio Agnes con Guido Rossi come garanzia nei confronti dei privati della volontà di privatizzazione e aveva anche sostituito l'amministratore delegato Ernesto Pascale con Tommaso Tommasi di Vignale. È allora che fu decisa l'acquisto della partecipazione di Telekom Serbia (conviene peraltro ricordare che l'espansione geografica non si limitò alla Serbia, la Telecom tentò di entrare in Polonia e in America Latina).
In quel contesto l'acquisizione di una partecipazione in Telekom Serbia non si può dire che fosse una stravaganza o una palese sciocchezza. L'Italia era rimasta isolata nell'espansione telefonica in Europa in quegli anni, molto indietro a Francia e Germania. In quegli anni veniva rimproverato alle imprese italiane e al governo italiano di essersi fatti scippare i mercati della Jugoslavia dalla Germania che era entrata con le sue imprese in Slovenia e Croazia. Rimaneva la Serbia. La guerra serbo-croata di Bosnia (1992-95) era finita e gli accordi di Daytona (1997) avevano posto fine all'embargo americano: la situazione politica poteva sembrare stabilizzata, la guerra del Kossovo non era ancora iniziata. La Serbia disponeva inoltre di un livello tecnologico non disprezzabile. La popolazione superava i 10 milioni e quindi gli utenti potenziali non erano pochi. Si poteva ragionevolmente pensare di introdurre nel paese la telefonia mobile e vendere i nostri prodotti.
Circa il prezzo d'acquisto della partecipazione è stato senz'altro elevato, ma, come si diceva prima, tutti gli acquisti di quegli anni avvennero a valori astronomici. Inoltre non va dimenticato che la compagnia greca Ote che acquistò una quota di poco più piccola di quella italiana (20%) la pagò 675 milioni di marchi (pari a 345 milioni di euro), cioè il 18% di più di quanto la avesse pagata Telecom. Inoltre il governo serbo diede notizia dell'avvenuto pagamento e a quell'epoca fu accusato di aver svenduto il gioiello di famiglia.
Circa il valore della partecipazione è ovvio che iniziò a diminuire dall'anno successivo all'acquisto. Dopo la repressione e il genocidio perpetrato dal regime di Milosevich nel Kossovo nel 1998, la Nato nel 1999 intervenne militarmente. Ricordo che l'intervento della Nato avvenne con l'appoggio dell'Italia e del governo D'Alema: i governi italiani infatti e in particolare i partiti di centrosinistra non appoggiarono Milosevich né nella guerra serbo-croata, né nella guerra del Kossovo. Certo è che guerra civile, bombardamenti aerei e crollo del regime (Milosevich cade nel 2000) certamente non giovarono all'attività economica serba e alla valorizzazione delle sue reti telefoniche. È quindi normale che le partecipazioni subirono a motivo della guerra una forte svalutazione.
Circa le perdite subite dalla Telecom e dai suoi azionisti va ricordato che nei bilanci Telecom la partecipazione fu inserita al prezzo d'acquisto nel 1997 (825 miliardi), poi dal 1998 al 2000 fu costantemente svalutata per le ragioni di cui sopra (da 754 a 378 miliardi). Quindi quando nel 2002 la partecipazione fu venduta la minusvalenza era già stata contabilizzata quasi interamente e nel frattempo non era stata fatta dagli azionisti nessuna azione di responsabilità nei confronti dei vecchi amministratori. Anzi quando nel 1999 Colaninno si impossessò della Telecom fece una scalata a debito che dimostra che la struttura finanziaria della società era assai robusta, ben diversamente dalla situazione delle analoghe compagnie francesi e tedesche.
Circa le perdite subite dai contribuenti va tenuto presente che, come ci ricorda Luigi Spaventa ("Corriere della Sera" del 4 settembre), al momento dell'acquisto delle azioni serbe il Tesoro possedeva il 61% delle azioni Telecom; quando si concluse l'offerta pubblica di vendita delle azioni Telecom, gennaio 1998, ne possedeva il 5% e alla fine dell'anno il 3,9%. Quindi il governo vendette quasi tutte le sue azioni nel 1997 ad un prezzo non influenzato dalla svalutazione della partecipazione Telekom Serbia, rimase con il 4% circa che moltiplicato per la perdita di valore della partecipazione dà una cifra di 10 milioni di euro. A questa cifra contenuta ammonta quella che coloro che soffiano sul fuoco considerano una perdita astronomica del denaro pubblico.
Riassumiamo: la differenza tra il prezzo di acquisto e il prezzo di vendita della partecipazione Telekom Serbia è facilmente spiegabile in termini economici se si ripercorrono le vicende di quegli anni; è assolutamente privo di senso dedurre meramente da tale differenza il pagamento di tangenti ad italiani o serbi (se illeciti ci sono stati lo deciderà la magistratura); e circa l'enorme "sperpero di denaro pubblico" si tratta di una proposizione roboante, ma semplicemente non vera, formulata nella supposizione che i cittadini siano ignoranti su questioni economiche. In conclusione si può quindi affermare che il castello di accuse montate dal centrodestra sull'affare Telekom Serbia non ha fondamenta.
L'Unità, 5 settembre 2003

 

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