Nella Morsa dei Boss
di Elio Veltri

Negli ultimi tempi siamo venuti a conoscenza di tre documenti inquietanti, riguardanti il rapporto criminalità-economia nel Mezzogiorno (Censis), il lavoro sommerso (Ocse) e l'evasione fiscale delle grandi aziende (Agenzia entrate), archiviati nel silenzio e nell'indifferenza della politica e delle imprese. Il Censis, in un rapporto del mese di aprile, raccoglie l'opinione di oltre 750 imprenditori meridionali.
Nel documento del Censis si legge: "Diviene, purtroppo, sempre più d'attualità il tema del condizionamento e dei limiti imposti dalla criminalità ai processi di sviluppo delle imprese meridionali. Da più parti - e non ultimo dal Dipartimento Investigativo Antimafia - si rileva come, negli ultimi anni, allo stragismo si sia sostituita o affiancata la penetrazione delle organizzazioni criminali nel mondo degli affari e la spinta al controllo delle attività produttive attraverso strumenti sempre più sofisticati".
Il rapporto raccoglie le opinioni espresse da un campione di oltre 750 imprenditori meridionali intervistati sui temi della sicurezza e il primo dato che emerge è che "il taglieggiamento si intensifica ed evolve, tanto che la formula adottata oggi dai gruppi mafiosi è quella di fare pagare a commercianti e imprenditori una cifra relativamente contenuta, facendo pagare però il maggior numero possibile di persone".
"Il taglieggiamento", continua il Censis, "è però solo la punta dell'iceberg. In verità, in alcune aree del Mezzogiorno, il potere criminale rischia di ridurre il mercato e la concorrenza ad un semplice simulacro, alterando i meccanismi di scambio di merci e servizi, togliendo alle imprese legali importanti risorse che potrebbero essere utilizzate per nuovi investimenti produttivi, sviluppando imprese presta-nome, utilizzate semplicemente per riciclare denaro sporco".
Per chi si occupa da anni di queste questioni, non è certo una novità. Ma se la conferma arriva da un istituto come il Censis, governo, partiti, Parlamento, sindacati e Confindustria, dovrebbero quanto meno riflettere molto seriamente, dal momento che, anche con investimenti massicci, che non ci sono, senza una bonifica seria delle aree di illegalità e un impegno straordinario per diffondere, cominciando dalla scuola, la cultura della legalità, i soldi finiscono in un pozzo senza fondo.
Da anni è noto che l'Italia è agli ultimi posti in Europa per investimenti esteri e che, a sua volta, il Mezzogiorno è all'ultimo posto in Italia. Le ragioni di questo disinteresse totale degli investitori esteri le fornisce il rapporto Censis, quando afferma che "l'impresa illegale è in grado di raccogliere capitali da attività illecite a costi relativamente bassi; acquista lavoro potendo contare su manodopera utilizzata anche per attività illecite molto remunerative per unità di lavoro utilizzata, acquisisce quote di mercato in modo diverso dalle normali imprese realizzando un vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza". Per cui, "gli elementi appena citati creano, per l'impresa criminale, un elevato potere di mercato (attraverso cui è possibile spiazzare la concorrenza) e generano dei costi medi unitari nettamente inferiori a quelli delle aziende che operano secondo le normali regole della concorrenza, rispettando la legge".
Le conclusioni dell'indagine Censis costituiscono una novità? Assolutamente no: solo una conferma. E non si capisce perché nemmeno il sindacato, insista più di tanto sulla legalità e si faccia sempre irretire in discorsi riguardanti fisco, flessibilità, costo del lavoro, che sono parametri importantissimi, ma non risolutivi.
Per il 24,3% degli imprenditori contattati il contesto territoriale risulta molto insicuro. A tale quota si aggiunge un ulteriore 54,6% di intervistati per i quali le attività criminali sono evidenti anche se piuttosto rare. Il 79% delle persone contattate, pertanto, non si sente completamente al sicuro.
"Fa molto riflettere", scrive il Censis, "da un lato la forte denuncia di un contesto insicuro da parte delle persone intervistate in Campania e Puglia e dall'altro lato il basso tenore di atti criminali percepiti dagli imprenditori siciliani e calabresi quasi ad indicare, in questi territori, un senso di assuefazione o di accettazione alla convivenza con fenomeni che distruggono intere parti del tessuto produttivo".
"Le estorsioni e l'usura sono le più consolidate e note forme di pressione esercitata sulle attività imprenditoriali da parte della malavita. Esse assorbono liquidità dalle imprese, riuscendo a generare flussi finanziari consistenti e paralleli a quelli legali. Questa massa monetaria oltre che essere generata da atti illeciti è di per sé un fattore fortemente destabilizzante del mercato e della concorrenza, proprio perchè genera un vantaggio competitivo a favore del sistema illegale: infatti, mentre l'impresa che opera nella legalità deve sostenere un determinato costo del capitale da utilizzare per i propri investimenti, le risorse finanziarie di cui si serve il sistema illegale sono a costo zero. Inoltre, l'usura, nei casi più gravi, si trasforma nello strumento attraverso il quale la criminalità organizzata acquisisce il controllo diretto dell'azienda vittimizzata".
Altro dato allarmante, messo in evidenza, riguarda l'opinione degli imprenditori intervistati sulla utilità o meno delle associazioni antiracket: per il 67% questa forma di aggregazione e di opposizione alle vessazioni imposte dalla criminalità non è utile a risolvere i problemi dell'impresa, mentre per il 21% essa è addirittura un'inutile esposizione a ritorsioni. Viceversa, solo il 5,6% delle aziende più grandi, tra 50 e 250 addetti, esprime tale opinione.
I dati appena riportati fanno molto riflettere. I diffusi timori che si manifestano tra molti imprenditori del Mezzogiorno, i quali arrivano a percepire l'associazionismo addirittura come uno strumento lesivo dei propri interessi, la dice lunga sul ferreo controllo del territorio di alcuni gruppi criminali e sulla loro forza intimidatoria".
A conclusione della prima parte del rapporto il Censis scrive: "Difficile non rimanere colpiti dal fatto che una larga maggioranza degli imprenditori intervistati (esattamente il 65,5%) sente di non poter svolgere, nel Mezzogiorno, liberamente la propria attività a causa di forti condizionamenti esterni e il 26% dichiara di essere quasi spinta ad abbandonare".
Altri dati di grande interesse riguardano le possibilità concrete di sviluppo delle imprese, che la presenza della criminalità organizzata blocca in maniera inesorabile e le spese necessarie per la sicurezza delle stesse. Il 42,5% degli intervistati, infatti, ha dichiarato che potrebbe aumentare il proprio fatturato (e quindi crescere più di quanto oggi non accada) se il contesto territoriale fosse più sicuro. Se si facesse il calcolo medio della crescita aggiuntiva stimata dalle imprese contattate essa sarebbe del 5,4% ( Fig 15). Applicando tale quota al fatturato delle imprese meridionali fino a 250 addetti rilevato nel 2001 dall'Istat - scrive il Censis - "si arriva ad una cifra pari a circa 7,5 miliardi di euro, il 2,7% del Pil del 2001 nel Mezzogiorno". Quanto alla sicurezza, il 68% degli intervistati sente la necessità di acquisire mezzi per la tutela della propria azienda.
Fenella Maitland-Smith dell'Ocse, in una relazione tenuta a Roma, riprendendo uno studio del FMI, ha affermato che il lavoro nero e sommerso nel nostro paese equivale ad oltre un quarto della ricchezza nazionale. Secondo l'esponente dell'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, quindi, la percentuale sarebbe molto più elevata di quella indicata dall'Istat, che la valuta attorno al 15%. Il dato fornito dalla signora Smith è stato confermato nei giorni scorsi dal ministro Maroni che ha valutato il sommerso 400 miliardi di euro, e cioè ottocentomila miliardi di lire. Il ministro ha sottolineato che trattandosi di una cifra enorme, sarebbe sufficiente recuperare il 2-3% di evasione fiscale, per mettere ordine nei conti pubblici.
Forse al ministro è sfuggito che l'emersione del sommerso costituiva la grande scommessa del governo di cui fa parte e che, purtroppo per il paese, il governo, dopo i soliti annunci, ha smesso di parlarne. Una situazione tanto grave dovrebbe preoccupare in uguale misura la politica, il sindacato e le imprese perché l'evasione fiscale e contributiva è enorme, le condizioni di vita dei lavoratori sono precarie quando non disumane, i diritti, di fatto, non esistono, le collusioni con la criminalità organizzata sono frequenti e almeno una parte del sommerso concorre ad aumentare la quota di economia criminale.
L'ultima notizia riguarda l'indagine e le verifiche fiscali dell'Agenzia delle entrate, in collaborazione con la Guardia di Finanza, su 370 grandi aziende del paese, con un fatturato superiore a 50 milioni di euro. I risultati inclusi nel rendiconto generale dello Stato per l'esercizio finanziario 2002 e perciò esaminati anche dalla Corte dei Conti sono preoccupanti, dal momento che il 98,4% delle imprese esaminate evade in qualche modo il fisco. Gli accertamenti hanno dimostrato che le entrate delle imposte evase sono diminuite del 37,7% passando da 16 miliardi e 607 milioni di euro a 10 miliardi e 347 milioni di euro. E sono diminuite anche le entrate delle sanzioni e degli interessi di mora del 26,4%, passando da 16 miliardi e 561 milioni di euro a 12 miliardi e 190 milioni di euro. La Corte dei Conti scrive che "una ulteriore forte spinta alla riduzione di questa componente di entrata verrà a partire dal 2004, dai condoni della Finanziaria 2003 e in particolare dalla "cosiddetta rottamazione dei ruoli" e cioè dalla sanatoria delle cartelle di pagamento già emesse dagli esattori e prevista dalla Finanziaria.
Concludendo c'è da chiedersi non qual è la percentuale di economia illegale che concorre alla formazione della ricchezza del paese, ma qual è la percentuale di economia legale.
Di fronte a fenomeni cosi macroscopici di illegalità che rafforzano l'economia illegale e criminale, alterano le regole e gli equilibri del mercato, annullano la concorrenza, recano danni gravissimi alle aziende sane, limitano l'esercizio della democrazia, il silenzio della Confindustria è non solo grave, ma del tutto miope, perché quelli che possono sembrare vantaggi immediati, alla lunga diventano palle al piede delle aziende e dell'intera economia.
Al centro sinistra che ci ricorda spesso che è necessario parlare anche di economia e non solo di giustizia, perché le famiglie non ce la fanno più a tirare avanti, diciamo che c'è materia per una grande battaglia democratica nella quale legalità e sviluppo economico e civile, sono due facce della stessa medaglia.
L'Unità, 25 agosto 2003

 

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